Incontro GdL – 11 aprile 2017

Il matrimonio degli opposti” (Neri Pozza, 2016, titolo originale The Marriage of Opposites, traduzione di Laura Prandino) è il nuovo libro dell’autrice statunitense, nata a New York nel 1951, Alice Hoffman che ricostruisce l’incontro tra i genitori di Jacob Abraham Camille Pissarro (Charlotte Amalie, 10 luglio 1830 – Parigi, 13 novembre 1903) pittore francese, tra i maggiori esponenti dell’Impressionismo, sullo sfondo delle allora Antille danesi che sarebbero divenute poi, nel 1917, Isole Vergini americane.

A Charlotte Amalie capitale dell’isola di St. Thomas

“le notti erano nere come la pece e l’aria greve e stagnante, perfette per sognare”

Il caldo, le zanzare e i pipistrelli erano il nucleo centrale dell’esistenza degli abitanti del luogo, alla piccola Rachel Pomié, non restava altro che sognare un altro Paese, quello dei nonni paterni, dove le donne erano abbigliate in seta nera e crinoline che frusciavano a ogni passo. Gli avi di Rachel erano arrivati nel Nuovo Mondo dalla Francia portandosi appresso una piantina di melo a ricordo dei frutteti che avevano posseduto. La ricerca della libertà aveva condotto i Pomié prima in Spagna, poi in Portogallo e quindi a Bordeaux, nell’unica regione francese che a quell’epoca ammettesse la religione ebraica. Ma qui la libertà era stata di breve durata,

“la nostra gente venne incarcerata, poi uccisa e bruciata”

perciò via di nuovo varcando l’oceano alla volta del Messico e del Brasile. Ma l’Inquisizione aveva seguito gli ebrei in fuga anche oltre oceano, il nonno di Rachel era finito nell’isola di Saint Domingue, dove erano cresciuti entrambi i genitori della ragazzina. Nel 1754 quando il re di Danimarca aveva emesso un editto in base al quale tutti gli uomini erano liberi di praticare la loro religione sull’isola di Saint Thomas, Monsieur Moses Pomié insieme alla sua giovane moglie si era stabilito nell’isola delle tartarughe definita da Cristoforo Colombo “Paradiso in terra”, dove nel 1795 era nata Rachel. Spirito selvaggio, “di rado facevo come mi si diceva”, Rachel era cresciuta in questo granello di terra che galleggiava su di un mare turchese, avendo come compagnia Jestine, la figlia creola della cuoca Adelle, e il cugino orfano Aaron Rodrigues. A Rachel piaceva scrivere storie e leggere libri nella vasta biblioteca paterna, dove aveva imparato la “storia complicata” dell’isola nella quale la Compagnia danese delle Indie occidentali aveva fondato una società basata essenzialmente sul commercio. Quando gli affari di Monsieur Pomié avevano iniziato ad andare male, l’uomo aveva convinto la figlia a sposare l’anziano commerciante Isaac Petit, un ebreo francese di discendenza marrana

“di quasi trent’anni più di me, padre di tre figli, dei quali una bambina che non aveva ancora un anno”

il quale ancora piangeva la scomparsa dell’amata moglie Esther, morta di febbre puerperale. Gli anni erano passati, Rachel e Isaac avevano avuto tre figli, un maschio e due femmine, all’improvviso nel 1824 Petit era morto in seguito a un attacco di cuore. Considerato che allora alle donne non era concesso di possedere beni terreni, Madame Petit era stata messa da parte a favore di un parente maschio che viveva in Francia, del quale finora nessuno ne aveva mai sentito parlare e che nessuno aveva mai conosciuto. “Un estraneo avrebbe deciso il nostro destino”, quell’estraneo si chiamava Frédéric Pizzarro, che stava per lasciare la Francia da studente giovane e ingenuo per andare incontro al suo destino e all’amore.

“Se trovi la felicità, afferrala. Non la ritroverai un’altra volta. La riconoscerai a prima vista”.

Con suggestioni che rimandano alla letteratura di Gabriel Garcia Marquez, l’autrice descrive con toni brillanti e suggestivi una figura di donna singolare e affascinante morta a 94 anni di età e una grande storia d’amore avente come sfondo uno scenario da favola che nasconde insidie e profonde ingiustizie. Nella Postfazione Alice Hoffman sottolinea come gli anni dell’infanzia e della scuola trascorsi con braccianti e figli di schiavi, contribuirono alle scelte personali e alla formazione politica di Camille Pissarro (l’artista adottò il proprio cognome alla grafia francese nel 1882). Uno dei più grandi pittori del XX Secolo si considerava un ateo e un anarchico e visse la propria vita da artista e lavoratore, un outsider che si lasciava definire soltanto dalla sua arte. Pissarro non tornò mai più nelle Indie Occidentali, ma l’isola di St. Thomas e la sua gente

“influenzarono la sua pittura, la sua filosofia e la sua intera esistenza”.

One Response to “Incontro GdL – 11 aprile 2017”

  • admin scrive:

    Alice Hoffman Il matrimonio degli opposti (un pensiero di Valeria G.)

    Questo libro mi ha tirato dentro di sé come un vortice. L’ho letto senza preoccuparmi troppo di capire e di decifrare la straordinaria profusione di parole usate dall’autrice per descrivere qualcosa che altri, forse, avrebbero detto con minor dispendio d’energia. In genere la sovrapproduzione di parole e la ridondanza mi infastidiscono, ma stavolta è stato diverso, perché la cosa aveva un senso.
    Credo infatti che non ci fosse altro modo per far calare il lettore nell’atmosfera magica e surreale, ma anche così densa e carica di elettricità, di un’isola tropicale, dove tutto è eccessivo: dalla natura, rigogliosa ed esuberante, ai sentimenti umani, intrisi e grondanti di passioni, tradimenti, regole infrante, segreti e colpe, estasi e dolore esasperati ed esasperanti.
    L’isola in questione è St.Thomas, una delle Isole Vergini delle Indie Occidentale e il tempo in cui si svolgono i fatti raccontati va dal 1807 al 1903, mentre gli attori sono uomini e donne di razze culture e religioni diverse, spesso antagoniste, legati fra loro da rapporti conflittuali resi ancor più difficili da pregiudizi e discriminazioni e da un diverso modo di valutare i fatti della vita.
    Per certi versi leggendo questo libro ho potuto comprendere l’enfasi sentimentale di certe telenovela sud-americane. Credo infatti che là dove sono costrette ad interagire così tante diversità, come appunto lo spazio ristretto di un’sola, è inevitabile che le espressioni della propria identità abbiano tinte forti ed esplosive. Non può esserci spazio per la quiete, soprattutto quando anche la natura è così satura di forme e colori e dunque, forse, almeno per quei tempi, l’unico modo per convivere era quello di stare ognuno al proprio posto: i neri con i neri, svolgendo i lavori più umili in condizioni di schiavitù, i bianchi, per lo più di religione ebraica, con i propri simili, occupandosi di traffici e commerci, ed i creoli, essendo già di sangue misto, con i creoli, ma con qualche possibilità in più di barcamenarsi fra gli uni e gli altri. E, naturalmente, quanto più severe erano le regole, tanto maggiori erano anche le trasgressioni e gli inganni per tenerle nascoste.
    In questo universo così variegato, come le piume dei pappagalli che fischiano tra il fogliame lussureggiante ed accompagnano la vita degli esseri umani assieme ad altri animali selvatici, s’impone la figura di Rachel, figlia di una famiglia di ebrei provenienti da Parigi dopo lunghe peregrinazioni dei propri antenati.
    Suo padre ha navi che trasportano zucchero, rhum e melassa e si intrattiene volentieri con lei, insegnandole il mestiere e raccontandole storie su Parigi che la incantano e le fanno desiderare ardentemente di andarvi, un giorno.
    Alla morte prematura del genitore la ragazza è costretta a dimenticare sogni e fantasie e a sposarsi con un uomo molto più vecchio di lei per salvare la famiglia. Si ritrova così, giovane, a far fronte ai suoi doveri coniugali senza alcun trasporto sentimentale, e a fare da madre ai tre figli dell’uomo vedovo. Quando anche questi muore Rachel ha in grembo un figlio suo e nessuna possibilità di mantenere la propria numerosa famiglia. Infatti, per le leggi del tempo, nulla spetta in eredità alle donne, né da padri, né da mariti; dunque Rachel, benché perfettamente in grado di gestire l’attività commerciale della famiglia, non può farlo e deve cedere tutto ai parenti francesi del marito, i quali possono togliere a lei, ai figli e alla madre anche la casa in cui vivono.
    Rachel, il cui temperamento è già sanguigno, diventa ancora più furiosa. Un rabbia incontenibile le monta dentro contro gli uomini e le loro regole, che impediscono alle donne, anche se capaci, di svolgere le loro stesse mansioni e di rendersi autonome. Neppure la madre le è di conforto, la quale anzi l’ostacola e le contesta il carattere ribelle, conflitto questo non nuovo fra le due donne e motivo di grande dolore per Rachel.
    Tra scatti d’ira e disperazione un’unica consolazione: Jastine, la sua amica e coetanea creola, figlia di una domestica della famiglia, con la quale condivide il grande amore per l’esuberante e meravigliosa natura dell’isola. Tuffi nel mare turchese sotto il getto impetuoso della cascata, con i pesciolini che pizzicano i piedi, le notti sulla spiaggia sotto il riflesso della luna, a contemplare la schiusa delle uova di tartaruga e la loro marcia verso il mare, le arrampicate sulle pietre verso le montagne durante la fioritura di rossi germogli o a raccogliere le erbe che curano. Una natura capace di far sentire bene, ma anche soffrire tremendamente, con le sue giornate torride e ventose, che lasciano la pelle madida di sudore e di melassa, o con le tempeste del mare, quando onde gigantesche sradicano le case e distruggono le navi, scaraventandone i pezzi fin sulle colline.
    E’ per difendere Jastine che l’inimicizia con la madre diventa odio, quando l’anziana donna, in ossequio alle convenzioni sociali, allontana da lei e dalla sua amica il fratello Arhon impedendo il matrimonio tra i due, dalla cui unione, già avvenuta, nasce una bambina. Il giovane viene spedito dai parenti in Francia, dove si sposerà con una donna proveniente da una famiglia facoltosa, con la quale tornerà in seguito sull’isola per rapire la figlia e portarla a Parigi, assicurandole un futuro privo di stenti ma anche di quell’amore profondo che avrebbe potuto darle solo la sua madre naturale. Infine Rachel perderà per molto tempo anche l’amicizia di Jastine, che l’accusa ingiustamente di averla tradita accogliendo con amicizia la moglie parigina di Arhon.
    La vita della donna dunque procede tra mille difficoltà sia economiche che affettive, ma la sua forza interiore è tale che riesce a tirare avanti dignitosamente. Riduce l’attività al solo negozio facendosi aiutare da un uomo, di colore, fidato, che suo padre aveva preso a lavorare con sé avendogli salvato la vita quando era ancora in fasce, abbandona la casa materna e si trasferisce in un misero locale situato sopra il negozio assieme ai suoi quattro figli. Con gli affari se la cava bene quanto un uomo grazie agli insegnamenti del padre che non nutriva pregiudizi né verso le donne né verso le razze, tant’è che si era preso come amante Adel, la madre di Justine, donna molto cara a Rachel e piena di saggezza e conoscenze legate alla tradizione creola, che esercitano su di lei un grande fascino. Naturalmente solo molto tardi Rachel verrà a conoscenza del legame di sangue con la sua amica fraterna, così come molti altri segreti verranno alla luce solo quando le vecchie generazioni avranno compiuto il loro ciclo.
    Dopo un’attesa non molto lunga giunge dalla Francia il parente del marito morto per chiudere o rilevare l’attività economica e decidere cosa fare della casa di Rachel e di sua madre. Si tratta di un incontro quasi stregato, così come le aveva profetizzato la vecchia Adel. E’ quello l’amore della sua vita, finalmente, dopo tanto dolore. I due si incontrano nella cucina sopra il negozio, con Rachel in sottoveste bianca mentre i bambini seduti al tavolo fanno rumorosamente colazione. I loro sguardi si penetrano e, nonostante la differenza d’età, di temperamento, di cultura, la scintilla di quella passione appena accennata si trasforma in un fuoco ardente e in un vero amore. Conquistato anche dalla magia del luogo, all’inizio vissuto con sofferenza per via del clima, il giovane Frederich si abbandona totalmente a quel sentimento così inaspettato che lo fa vibrare, corpo ed anima. Le potenti suggestioni della natura e la passione per Rachel lo trasformano in uomo coraggioso e risoluto, in grado di prendere anche decisioni impopolari e scandalose. I due infatti cominceranno a convivere e poi a desiderare di regolarizzare la loro situazione con il matrimonio. Frederich è amorevole con i bambini, scrupoloso ed onesto nel suo lavoro, un meraviglioso amante innamorato e profondamente osservante della sua religione. Ma ciò non è motivo sufficiente perché la loro unione venga benedetta ed accolta dalla comunità ebraica dell’isola. Nonostante preghiere ed umiliazioni i due, assieme ai bambini, vengono progressivamente emarginati e misconosciuti da tutti i membri di quella chiesa e trattati come reietti. Verrà tolto loro il saluto, i figli verranno allontanati dalla scuola e tutta la famiglia vivrà isolata e disprezzata per lunghi anni, nonostante essi siano stati formalmente uniti in matrimonio dal vescovo della comunità con sede in Olanda a cui si erano rivolti. Quel matrimonio non sarà riconosciuto neppure dalla madre di Rachel, né dalla sua cara e potente amica che farà di tutto per ostacolarli. Soltanto dopo anni di tormenti e tribolazioni verranno accolti nella comunità ebraica, fede e chiesa alla quale Frederich sarà sempre devoto e quotidianamente praticante nei riti e nelle opere di carità.
    Confidando solo nel loro profondo reciproco amore Rachel e Frederich fanno crescere la già numerosa famiglia mettendo al mondo molti altri figli. Durante quegli anni Rachel non ebbe più neanche l’amicizia di Justine, chiusa nel sua sofferenza per il rapimento della figlia, e quando si trova sola a fare ciò che prima condivideva con l’amica cerca di vincere lo sconforto chiamando a raccolta gli spiriti, secondo le usanze e le tradizioni che le aveva trasmesso Adel. Si reca al cimitero sulla tomba del primo marito e, come aveva già fatto anche in passato con la sua prima moglie, gli porta fiori e compie rituali per attirare le forze del bene e cacciare quelle del male, fa domande, ottiene risposte, sente presenze ed ha premonizioni.
    Era quella la sua religione, non l’altra praticata dalla comunità ebraica, che condannava quell’amore e lo respingeva solo per una stupida regola senza fondamento: non era permesso infatti sposarsi fra consanguinei, e ciò valeva anche se lei e Frederich non lo erano, ma era come se lo fossero visto che Rachel era stata moglie di un consanguineo di Frederich.
    Forse fu a seguito di tutto questo astio, di questa rabbia rimuginata che quando nacque Jacobo, il penultimo figlio (mi sembra il decimo), Rachel fu vicina alla morte e quel bambino motivo di tanta ansia e preoccupazione, ma anche, stranamente, strumento di cambiamento per tutta la famiglia.
    Jacobo non dormiva mai e piangeva sempre e Rachel non sapeva se ciò che provava fosse pena per lui o disperazione per se stessa. Decise perciò di portarlo, come estremo tentativo, dal vecchio stregone che viveva in una capanna sulla montagna e che una volta aveva già salvato Frederich dalla febbre gialla. L’uomo guarì il bambino e ne predisse il futuro unico e singolare, diverso da quello di tutti gli altri membri della famiglia. Jacobo infatti è colui che poi diventerà il famoso pittore impressionista Camille Pissarro.
    Refrattario agli studi e alla scuola, tranne che per l’amicizia verso la sua compagna di banco di colore a causa della quale fu poi allontanato da St. Thomas, Jacobo vagabondava per le strade dell’isola, al porto, lungo le spiagge e per i vicoli, sui monti e al mare, scoprendo ben presto anche lui quell’insenatura dove l’acqua diventava turchese ed i pesci punzecchiavano i piedi. Fin da piccolo dipingeva di tutto, disegnava persone colte nelle loro attività e si perdeva nei colori tentando di riprodurli, ossessionato dalla forma delle cose ma soprattutto da come la luce cangiava nel corso della giornata e delle stagioni, mutando le forme stesse.
    Ben presto tutto questo provocò il disappunto e l’ostilità della madre, anche perché sembrava che il ragazzo si avvicinasse più volentieri a Justine che a lei. Andava a trovare la donna nella sua capanna a ridosso del mare, ne coglieva le confidenze e le raccontava i suoi sogni, e ne apprezzava la maestria con la quale lei tingeva le stoffe usando le erbe che creavano riflessi di mare.
    Un giorno conobbe la vecchia amica di sua nonna, quella che così strenuamente si era opposta al matrimonio dei suoi genitori, e prese a frequentare la sua casa diventandone amico e confidente, come anche dell’anziana domestica. Fu così che venne a conoscenza dei numerosi segreti che circondavano i membri della sua famiglia e fu poi grazie a lui che i suoi genitori furono ammessi nella comunità ebraica che li aveva ripudiati. Il ragazzo infatti funse da mediatore fra quella vecchia signora e sua sorella, della quale il nipote della anziana era innamorato corrisposto così che, in un clima di pacificazione generale, i due poterono convolare felicemente a nozze.
    Ma Camille non era solo un giovane gradito alle signore attempate, era anche e soprattutto un essere inquieto alla ricerca di se stesso. Col tempo la sua passione per la pittura divenne sempre più irrefrenabile e causa di una tensione dolorosa che lo portava fuori dalla vita ordinaria. Messo a lavorare nel negozio di famiglia spesso lo abbandonava andando a rifugiarsi nel capanno di quel vecchio erborista che l’aveva visto bambino e il cui scheletro giaceva ormai tra gli arbusti e le erbe alte a fianco di quel rudere, sulle cui pareti il novello pittore lasciava segni del suo passaggio: il mare, gli alberi, il cielo.
    Il ragazzo era alto, bello, secco e dinoccolato come il padre e selvaggio, ribelle e testardo come la madre. Un giorno giunse sull’isola di St. Thomas un giovane pittore di marine, tale Anton Malbye, meno noto del fratello affermato. Ne divenne grande amico, subendo il fascino della sua sregolatezza e della sua follia e con lui condividendo esperienze pittoriche e momenti di grande libertà.
    Ma Rachel fece di tutto per sottrarre il figlio a quella influenza “negativa” che distoglieva Camille dai suoi doveri famigliari; non esitò neppure a denunciare il giovane pittore, che fu costretto ad abbandonare l’isola in fretta e furia, imbarcandosi su una nave in partenza per il Venezuela, dove Camille però lo raggiunse poco dopo.
    Quando il ragazzo tornò a St. Thomas era irriconoscibile. Quell’esperienza così estrema l’aveva consumato, lasciandolo povero e ancora più incapace di riprendere il corso di quella vita che altri avevano deciso per lui. Si era portato appresso solo un baule pieno di quadri, che la madre esaminò con attenzione ed incredulità, non riuscendo ancora a farsi una ragione di quella passione che non comprendeva. Fu rimesso al negozio ma stare dietro ai numeri gli era diventato ancora più impossibile di prima. A quella tristezza ed insofferenza si aggiunse anche la febbre gialla, che lo portò nei pressi della morte.
    Rachele, che era irritata da quel figlio così diverso dagli altri, lo amava però anche di un amore più grande. Lo vegliò giorno e notte senza risparmiarsi, pregò i suoi spiriti e cercò le cure del vecchio erborista, ma quando giunse al capanno ne vide solo le ossa e, ormai sbiadite sulle pareti fatiscenti, le pitture del figlio. Finalmente riuscì a capire quanto fosse insaziabile quella fame di segni e di colori e quanto il ragazzo somigliasse a lei nella forza di quella ossessione.
    Quando guarì fu ormai chiaro a tutti che dovesse essere lasciato libero di seguire la sua strada, anche perché sull’isola avrebbe potuto combinare qualche guaio visto che si incontrava con la sua vecchia compagna di scuola di colore, alla quale non gli era consentito legarsi, per la legge del luogo.
    Raggiunge dunque Parigi ed inizia a frequentare un’accademia d’arte, mettendosi anche nel frattempo sulle tracce della figlia di Justine e trovandola sposata, con tre figli ed un altro in arrivo.
    Dopo averla seguita per lungo tempo riesce ad incuriosire la donna che lo incontra nella casa di sua zia, in cui è ospitato, la quale è anche amica della donna.
    Finalmente la figlia di Justine scopre la verità su di sé e la propria storia e ne è profondamente turbata. Deve riconsiderare tutta la propria esistenza e guardarla sotto una luce nuova. E’ una creola, non una bianca ebrea, e la sua vera madre è una donna poverissima che non l’ha mai dimenticata. Non può non provare ostilità verso il vecchio padre che, prima di morire, glielo conferma. Troppo sconvolta per tenersi tutto dentro, ne parla al marito che dichiara di starle vicino, qualunque sarà la sua decisione, anche se rivelare la verità alla famiglia di lui ne comporterà l’allontanamento. E in effetti è questo ciò che accade: verranno ripudiati e misconosciuti dai genitori dell’uomo, il quale perderà il buon lavoro che aveva e che permetteva alla famiglia di condurre una vita agiata e saranno costretti a cercarsi una casa piccola ed a privarsi dell’aiuto domestico. Una decisione carica di conseguenze negative ma anche del grande desiderio di ricongiungersi con un passato incompiuto, i cui echi affiorano un poco per volta nei ricordi.
    Dopo qualche tempo Camille deve ritornare a St. Thomas. La scuola è finita e lui deve riprendere la vita di sempre al negozio. E’ più maturo e si sforza di non deludere i suoi genitori, ma sa che non è quella la sua strada. Riprende ben presto a dipingere e lo farà nel capanno del vecchio che diventerà il suo studio. Intanto Justine, informata da Camille della decisione della figlia di avere contatti con la madre ritrovata, comincia a cucirle un abito meraviglioso dei colori del mare dell’isola, che decorerà con le perle avute dalla madre di Rachel, a simbolico risarcimento del male che le fu fatto.
    Sono cambiate molte cose sull’isola da quando è partito. La vecchia signora sua amica è morta e l’altrettanto anziana domestica ormai non si trova più in quella casa, la quale è rivendicata con tanto di avvocato dalla figlia della vecchia signora, assieme a tutte le cose in essa contenute.
    Dopo essersene andata da ragazza in America senza più tornare né dare notizie di sé, ora che sua madre è morta, ne pretende l’eredità. Come un avvoltoio si getta sulla fedele domestica reclamando la restituzione di oggetti di valore che la vecchia padrona le ha lasciato per i servizi resi, ma i suoi tentativi non avranno successo. Anche stavolta c’è di mezzo un segreto che diventa un’arma con la quale colpire l’ansia predatoria della donna, segreto che verrà svelato a Camille dall’anziana domestica.
    Rimasta in cinta giovanissima, quella donna poi fuggita in America aveva partorito prematuramente, abbandonando il bambino nella boscaglia il quale, recuperato dalla domestica che la stava seguendo, fu donato dalla nonna alla madre di Rachel, sua grande amica, che aveva perduto da poco il suo piccolo. Quel bambino era Arhon, ma Rachel non lo seppe mai.
    Mentre sull’isola accade tutto questo nelle Americhe scoppia la guerra civile, una serie di sanguinosi e lunghi conflitti che porteranno successivamente all’abolizione della schiavitù e alla presidenza di Abramo Lincon. Queste turbolenze rendono le attività commerciali sempre più difficili ed incerte ed accendono in Frederich e in Rachel il desiderio di interrompere l’attività e di trasferirsi in Francia, dove già vive per curarsi la figlia Delphine. Soprattutto la donna, arrivata ormai all’età di sessant’anni, facendo un bilancio della sua vita così tormentata, decide che è ormai giunto il momento di realizzare quel vecchio sogno da bambina: vedere e vivere a Parigi.
    Anche Camille preme per andarsene ma dovrà ancora aspettare che vengano sistemati gli affari di famiglia. Per prime se ne andranno Rachel e Justine, quindi sarà la volta dei due uomini, dopo la cessione dell’attività al vecchio collaboratore Mr Enrique.
    Giunte in Francia le due donne si sistemano in due diverse residenze, Justine con la figlia e Rachel nel grande appartamento che divide con Delphine, la quale morirà poco dopo.
    Tornato a Parigi anche Camille, riprenderà gli studi di pittura e con sempre maggior fervore, quindi, anche senza l’approvazione dei genitori che continueranno a mantenerlo per lunghissimo tempo, si sposerà con la domestica da cui avrà due figli. Non molto tempo dopo muore Frederich per le conseguenze della febbre gialla contratta da giovane a St.Thomas. Rachel, rimasta sola, trova un appartamento più piccolo e continua la sua bella amicizia con Justine e la sua famiglia, mentre rimarrà sempre distaccata nei confronti di quella ragazza di campagna che non avrebbe voluto come nuora. Solo alla nascita della bambina a cui Camille darà, in parte, il suo nome, quale segno del suo desiderio di pacificazione, Rachel mostrerà un pò di benevolenza e forse di cedimento a quei nuovi tempi più democratici in cui molte di quelle regole e di quei pregiudizi che l’avevano resa così infelice si stavano sgretolando.
    Sarà quindi una nonna premurosa e si occuperà dei bambini quando Camille, dalla casa di campagna, si recherà allo studio di Parigi e glieli consegnerà.
    Camille Pissarro lavorerà sempre con grande trasporto, ponendosi al centro di quella corrente pittorica così straordinaria, l’impressionismo, di cui fu esponente di spicco e grande animatore. Con lui, e non sempre sulla stessa lunghezza d’onda, c’erano Monet, Renoir, Corot, Sisley, Cesanne. Morirà nel 1903.
    Ho tentato di riepilogare la grande mole di avvenimenti e passaggi descritti nel libro per avere un insieme più composto e meno disordinato. Spero di non aver fatto troppa confusione e che non vi siano troppe inesattezze. Mentre riordinavo, non senza una certa fatica, i ricordi relativi a questa potente saga famigliare mi chiedevo come avesse fatto l’autrice a mettere insieme tutta quella grande quantità di avvenimenti dandocene un quadro così unitario, compatto e coerente.
    Non si è trattato infatti di un semplice e lineare racconto di fatti storici-biografici, per altro già esistenti ed oggetto di studio da parte della Hoffman come dimostra la ricca bibliografia, bensì di costruire un castello di carte dove ogni elemento sorregge e s’interseca con l’altro senza sgretolarsi.
    Quest’abilità costruttiva non s’improvvisa. Occorre metodo, disciplina e sguardo lungo. Non basta mettere i mattoni l’uno sull’altro, bisogna sapere dove si vuole arrivare ed immaginare l’opera conclusa, che dev’essere bella e armonica, come un’architettura.
    Prima c’è un grande lavoro preparatorio, basato sulla raccolta e conoscenza dei dati: il clima e le variazioni nel tempo, le economie locali, i commerci, i traffici, i beni di scambio, le componenti antropologiche, la conformazione del territorio, le tipologie dei fabbricati, le specie animali e vegetali, gli odori e le puzze, le malattie, le tradizioni, le superstizioni ed i racconti popolari, lo studio sui colori e le tecniche pittoriche, la comprensione della passione pittorica, la capacità di infilarsi nella testa e nel cuore dei personaggi, così ben caratterizzati, Rachel per prima, e poi Camille, Frederich, Justine e tutti gli altri e quindi l’abilità di costruire dialoghi convincenti.
    Fatto ciò non resta, si fa per dire, che assemblare il tutto alchemicamente, operazione questa perfettamente riuscita.
    L’uso sapiente di tutti questi elementi bene amalgamati ci ha permesso di calarci con tutti noi stessi in quelle atmosfere, riuscendo ad immaginare suoni, colori, spossatezze, rabbie, imposture, amplessi, desideri, disperazione, angosce, divieti, sotterfugi…di quella umanità dolente, le cui emozioni e sentimenti si amplificano quanto più oppressi e segregati da regole che sembrano nate proprio per far soffrire.
    Alice Hoffman riesce ad incastrare ognuna di queste tessere con la sapienza e la destrezza di un raffinato cesellatore, attraverso un lingua ricca di termini che riempie gli spazi vuoti tra una vicenda ed un’altra per mezzo di mirabolanti descrizioni di una natura esplosiva nel bene e nel male, dove tutto è eccessivo senza essere decadente; non quindi con la pesante ridondanza del rococò, ma con la squisita grazia, la sottile leggerezza di un barocco d’alta qualità, quando lo sguardo non sa dove posarsi perché è nell’insieme che coglie la meraviglia, ma che, ovunque si posi, trova che anche l’angolo più nascosto riluce di bellezza, splende del suo oro.
    E deve averne d’amore per l’arte la nostra autrice, e soprattutto per Camille, se ha chiamato il suo proprio figlio col nome isolano del pittore: Jacobo. Chissà se esistono anche altre analogie, magari con Rachel e il suo carattere ribelle, o l’amore per i tropici, il mare turchese, le tartarughe, i colori della vita…?

     

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