Glossario Termini Buddisti

da: http://www.buddhadellamedicina.org/

Per una più agile fruizione del glossario, i termini e i nomi sono stati scritti con grafia semplificata, priva di diacritici nelle parole sanscrite, con la pronuncia italiana più usata nei termini tibetani, cui in taluni casi è stata aggiunta la traslitterazione completa con il sistema Wylie.
Dove non sono stati usati i diacritici, seguendo l'uso della lingua inglese, abbiamo inserito una h per indicare che la pronuncia ha un suono dolce: per esempio, ś e ć sono pronunciati sc e ci, per cui Śakyamuni si pronuncia Sciakyamuni, o Ćandrakirti si pronuncia Ciandrakirti.
In tibetano le regole di lettura della traslitterazione sono piuttosto complesse, tenuto conto che molte volte le lettere soprascritte o sottoscritte non sono pronunciate. Le più frequenti sono:
– la g si pronuncia sempre come gatto, quindi Gelugpa e geshe si pronunciano Ghelupa e ghesce;
– la j si pronuncia g morbida;
– la ch si pronuncia come in cielo o come nell'inglese church;
– la sh si pronuncia simile a sc;
– ö e ü si pronunciano come in eu (u in francese);
– la w si pronuncia come in inglese, cioè u;
– ts e dz indicano una z rispettivamente sorda e sonora.


A B C D E F G H I J K L M N P Q R S T U V W X Y Z

Abhidharma
L'insegnamento più alto, uno dei tre canestri o Pitaka del Canone buddhista.


Amitabha
Il nome sanscrito Amitabha è composto da amita che vuol dire «illimitato, infinito» e abha che vuol dire «luce, splendore», per cui Amitabha significa «Buddha dalla luce infinita». In Tibetano è chiamato od.dpag.med ed è invocato col nome di Buddha Amithaba soprattutto nelle pratiche del Powa o come Buddha Amitayus (in tibetano tshe.dpag.med) specie nelle pratiche relative alla longevità. Nella più alta classe dello Yoga Tantra è considerato uno dei 5 Dhyani Buddha (assieme a Akshobhya, Amoghasiddhi, Ratnasambhava e Vairochana): è associato alla direzione ovest, all'aggregato della discriminazione e della profonda consapevolezza, appartiene alla famiglia del Loto, suo unico attributo a significare la gentilezza e purezza e viene raffigurato di colore rosso, il colore dell'amore e della compassione. Rappresenta il potere supremo e l'energia della natura, accessibile quindi a tutti gli esseri senzienti e per questo è considerato uno dei più popolari Dhyani Buddha. In accordo alle sacre scritture possiede infiniti meriti dovuti ai voti fatti nelle sue vite precedenti come bodhisattva dal nome Dharmakara: grazie a questi sforzi egli ha creato una terra pura «all'estremo ovest» chiamata Sukhavati (o Dewachen) dove è possibile rinascere se si seguono le sue pratiche e i suoi insegnamenti. Esistono molti testi e preghiere per rinascere nella sua terra pura e uno di questi fu scritto da Lama Tsong Khapa su richiesta di Manjushri, che gli apparve in diverse visioni. I suoi due principali discepoli furono Vajrapani e Avalokiteshvara che vengono spesso raffigurati nelle tangka alla sua destra e alla sua sinistra. Anche il Panchen Lama e il Sharmapa sono considerate sue reincarnazioni.


Anuttara Yoga Tantra
Rappresenta il Tantra dello yoga supremo, dove la pratica esterna lascia completamente il posto alla pratica meditativa. È l'unione di beatitudine e vacuità, la gioia dell'abbraccio.


Arhat
Era il titolo dato originariamente alle persone di grandi ottenimenti spirituali, che avevano eliminato tutte le contaminazioni e raggiunto lo stato di santo.


Asana
Questa parola, che normalmente si traduce come posizione, significa «ciò che è saldo e comodo» e sottintende per uno yogin tutte le posizioni del corpo in cui sono presenti stabilità, immobilità, assenza di sforzo. Queste condizioni sono indispensabili perché le posizioni siano definite yogiche, in quanto gli asana danno modificazioni a livello profondo solo se la posizione viene mantenuta a lungo. Quando si esegue una posizione occorre sentirsi nella completa totalità: spirito, corpo, mente tesi all'unità. Le posizioni si potrebbero dunque definire un rituale, una preghiera di tutto il proprio essere.


Asvaghosha
Asvaghosha fu un grande poeta e grande conoscitore della lingua sanscrita che nacque approssimativamente tra il 50 a.C. e il 100 d.C. nell'India nord orientale.
Egli abbracciò il buddhismo solo in età matura in quanto, nascendo in una famiglia brahmana, inizialmente era conosciuto come un grande maestro nelle dispute dottrinali contro i maestri buddisti del tempo. All'epoca difatti era uso partecipare ai dibattiti pubblici su questioni non solo religiose, ma anche etiche o morali (un po' come accade oggi allo stadio o in televisione, solo che la gente di allora era più attenta alle questioni spirituali). Tali dibattiti potevano durare anche settimane o mesi e quando un maestro veniva sconfitto pubblicamente da un altro in termini di conoscenza o esperienza, diventava egli stesso discepolo di colui che lo aveva sconfitto. E Asvagosha fu proprio sconfitto in uno di questi dibattiti da Parsva, un maestro buddista del tempo, per cui a lui chiese i voti di rifugio e diventò suo discepolo.
Poiché Asvaghosha era un essere speciale, divenne velocemente un serio praticante del sentiero del Buddha, apprese molto bene gli insegnamenti e fu ben presto capace di metterli in pratica. Diventò così un punto di riferimento, non solo della tradizione Theravada (quella degli antichi, cioè quella relativa al primo sviluppo del buddismo), ma fu anche un anticipatore della diffusione del Mahayana.
Asvaghosa lasciò il corpo dopo aver composto l'opera per la quale è ricordato, il Buddhacharita, un racconto sulle gesta del Buddha che narra le vicissitudini del Beato a partire dalla nascita fino alla sua Illuminazione: in questi 14 capitoli egli racchiude tutta l'evoluzione dell'ultima vita del Buddha, scrivendo, in forma molto comprensibile, la vita del principe Siddharta, non solo su un piano generico o morale, ma dando spiegazioni molto sagge sul percorso seguito: mostra quindi il Buddha realmente come un essere umano e non come una divinità, partendo da un processo di trasformazione in cui lo si vede realmente per quello che è, un uomo con tutte le sue problematiche.


Atisha
Atisha nacque secondogenito di un raja locale nel 982 nel villaggio chiamato Vajrayogini (omonimo della yidam Vajrayogini) in una regione dell'attuale Bangladesh, con il nome di Chandragarbha, in tibetano Jowo-je. Egli fu determinante, assieme a Marpa, per la seconda introduzione del buddhismo nel Tibet dall'India dopo le persecuzioni religiose di re Langdharma e i 150 anni di successiva guerra civile. Viene considerato l'ispiratore della tradizione monastica Kadampa.
A ventinove anni, nel 1011 fu ordinato monaco col nome di Dipamkara Shrijnana a Bodhgaya, il luogo dove nel 528 a.C. Gautama Siddhartha Shakyamuni aveva raggiunto l'Illuminazione. Nello stesso anno si imbarcò per Srivijaya, uno stato buddhista fiorente a Giava e Sumatra e per altre isole dell'attuale Indonesia. Lì divenne discepolo di Dharmakirti di Srivijaya, in seguito conosciuto in Tibet come Serlingpa (Gser-gling-pa) e vi rimase per 12 anni, fino al 1023, forse presso il complesso monastico attorno al mandala architettonico di Borobudur.
Ritornato in India studiò nel monastero di Odantapura e insegnò nelle università di Nalanda e Vikramashila, dove a quel tempo si trovava a studiare il traduttore tibetano Brogmi. Sia a Srivijaya che in India venne in contatto con tutte le forme di buddhismo allora praticate: Hinayana, Mahayana e Vajrayana. Atisha si recò poi in Nepal per la prima volta dopo il 1034 e insegnò nella valle di Kathmandu per due anni. Verso il 1040 si trasferì a Toling, nella regione di Ngari nel Tibet Occidentale, sotto la protezione del re locale Byang-Chub Od della città di Guge. Nel 1042, impossibilitato a tornare in Nepal, si diresse lungo la valle del Brahmaputra nel Tibet Centrale. Nei pressi di Shigatse Atisha celebrò l'inaugurazione della cappella dedicata alla Perfezione della Saggezza (Prajnaparamita) nel monastero di Shalu fondato nel 1027.
Delle duecento opere attribuite ad Atisha, alcune delle quali di argomento medico e tecnico, solo 79 sopravvivono nel Tenjur, il canone tibetano. Ad Atisha si riconosce il merito di aver sviluppato una grande operazione intellettuale che promosse una organizzazione sistematica dell'insegnamento e delle pratiche, che all'epoca, introdotte secoli prima da Padmasambhava, erano degenerate e si erano fuse con culti sciamanici, con la religione Bon e con culti shivaiti. Riportò la conoscenza del buddhismo Hinayana e Mahayana, mentre solo ai discepoli più stretti veniva permesso di accedere al Vajrayana. Similmente ai monaci fu proposto il celibato (ma non l'astinenza sessuale) e vi furono nuovi ordinamenti nei monasteri, in linea con le consuetudini indiane. Il culto buddhista in Tibet al tempo dell'arrivo di Atisha era incentrato sulla figura ddi Vairocana e del bodhisattva Manjushri: egli fu determinante nell'introdurre un culto più orientato verso la figura del bodhisattva Avalokiteshvara e la figura di Tara, entrambe portatrici del valore della compassione.
In seguito Atisha visse e insegnò nei pressi di Lhasa e morì nel villaggio di Nyethang nel 1054. Le sue ceneri vennero conservate nel monastero di Drolma Lhakhang fondato dal suo discepolo principale Dromtonpa e dal 1978 sono state portate al Dharmarajika Bauddha Vihara di Dacca. Attualmente presso il Doölma Lhakhang si trova un piccolo stupa contenente le sue vesti.
Il suo discepolo principale, il laico Drömtonpa, che aveva ricevuto tutti i suoi insegnamenti tra cui il significato profondo della bodhicitta e le pratiche di addestramento mentale (lojong), fondò la tradizione monastica dei Kadampa che, alcuni secoli dopo, con la riforma di Lama Tsongkhapa, si fuse con la tradizione Gelugpa. Dromtonpa fondò anche il monastero di Drolma Lhakhang e nel 1057 il monastero di Reting: il celibato, l'astensione dall'alcol e la pratica della povertà divennero così le basi del comportamento monastico per i Kadampa.


Avalokiteshvara
Avalokiteshvara è il nome in sanscrito del bodhisattva della grande compassione. In tibetano è detto Cenrezig e rappresenta la divinità di meditazione di cui il Dalai Lama viene considerato reincarnazione. Generalmente è rappresentato con mille mani aperte su ognuna delle quali vi è un occhio, a rappresentare la premura di questa divinità nell'osservare chi si trova in uno stato di bisogno o di pericolo.


Azioni virtuose
Dette anche «I dieci dharma virtuosi» corrispondono alle dieci azioni che ciascuno di noi dovrebbe cercare di praticare mentre percorre il sentiero spirituale per diventare un bodhisattva. Nel Sutra dei dieci modi di compiere azioni virtuose si legge: «Se c'è un bodhisattva che è capace di abbandonare l'uccidere e il fare del male, e di praticare il dare, seguendo queste azioni virtuose mentre percorre il sentiero, sarà conseguentemente ricco di beni e nessuno potrà mai derubarlo. Avrà vita lunga, non morirà prima del tempo e non sarà ferito da nessun rapinatore o nemico. Eccellerà al massimo senza paragoni e sarà capace di accumulare completamente tutti i dharma del Buddha».
Queste dieci azioni si possono così suddividere :
I. Voler raggiungere in modo genuino la beatitudine della mente e volere al fianco dei veri buoni compagni.
II. Avere una profonda fiducia nella legge di causa ed effetto, preferendo perdere la vita piuttosto che compiere un atto malvagio.
III. Prendere rifugio solo nel Buddha e non in Deva o in altri.
IV. Avere una mente onesta e opinioni giuste, abbandonando la rete dei dubbi sulla buona o cattiva sorte.
V. Non voler più rinascere in un ciclo di esistenza malvagia.
VI. Voler ottenere incommensurabili benedizioni e saggezza che crescano in modo sublime di volta in volta.
VII. Abbandonare per sempre il sentiero sbagliato, volendo invece percorrere il sentiero santo.
VIII. Non far sorgere la visione di una personalità e abbandonare tutte le cattive azioni.
IX. Dimorare in una comprensione senza ostruzioni.
X. Non cadere in condizioni difficili.
Questi sono i grandi benefici ottenuti da un grande essere (Mahasattva) che, mentre coltiva il sentiero del bodhisattva, pratica le dieci azioni virtuose e le adorna col dare.

Bardo Toe Drol
Il bardo è lo stato intermedio della mente in seguito alla morte, quando la coscienza viene separata dal corpo. Rappresenta quindi lo stato tra la vita passata e quella futura. Nel bardo, la mente acquisisce un corpo mentale simile a quello del sogno e ha il potere di raggiungere qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, senza alcun ostacolo. La durata massima dello stato di bardo è di 49 giorni, ma in qualsiasi momento la coscienza può assumere una nuova vita, in uno dei sei reami descritti nel buddismo. Questo dipende esclusivamente dal karma delle vite passate e soprattutto da quello della vita immediatamente precedente. Nello stato di bardo, dopo essersi resi conto della propria morte, si soffre sia perché non si accetta la morte stessa, sia per l'attaccamento a se stessi, alla famiglia, agli amici, ai propri averi, ecc. Queste emozioni sono molto importanti per la mente nello stato di bardo, perché emozioni negative possono portare a rinascere in regni inferiori. Il «Libro Tibetano dei morti» (Bardo Toe Drol) spiega in dettaglio le allucinazioni e le esperienze che avvengono nello stato del bardo e introduce al riconoscimento dello stato illusorio del corpo e della mente.


Bikshu
Termine sanscrito per indicare il monaco mendicante buddhista completamente ordinato, che vive di elemosine e fa voto per entrare nel sangha (comunità monastica buddista) obbedisce alle regole di comportamento denominate Pratimokkha (227 maschili e 311 femminili) come precisato nel Vinaya, uno stile di vita semplice e meditativa volta tutta all'ottenimento dell'illuminazione. Al femminile il termine diventa bhikkhuni.


BodhGaya
Luogo in India dove Siddhartha Gautama, il Buddha, ottenne l'illuminazione. Qui si trova il Tempio di Mahabodhi, nelle cui vicinanze sorge il sacro albero Sri Maha Bodhi, nato dall'albero della Bodhi, l'esemplare di Ficus religiosa sotto il quale meditò il Buddha quando ottenne l'Illuminazione.


Bodhicitta
Letteralmente significa mente Illuminata, rappresenta quindi il desiderio di raggiungere l'illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.


Bodhidharma
Fu il ventottesimo patriarca indiano, che si recò in Cina diventando il primo patriarca cinese del Buddhismo Ch'an, il buddismo della meditazione.


Bodhisattva
Un essere che è sulla via della liberazione ma che fa voto di restare nella dimensione umana e di aiutare tutti gli esseri a raggiungere la liberazione. Tutti i Buddha sono stati bodhisattva prima di diventare degli esseri illuminati.


Buddha
Il Risvegliato, l'Illuminato, colui che ha compreso la vera realtà delle cose. Buddha Shakyamuni nella nostra era è colui che ha raggiunto, sotto l'albero della Bodhi, lo stato dell'illuminazione.


Buddhadharma
Termine che si riferisce specificatamente agli insegnamenti trasmessi da Buddha Shakyamuni.


Buddità
La verità fondamentale, la vera natura di tutti gli esseri.


Campana
La campana (o gantha) è lo strumento musicale più usato nei rituali del buddismo tibetano. Nei monasteri, infatti, i monaci – che ritengono che il suo suono allontani gli spiriti malvagi – la tengono nella mano sinistra mentre nella destra tengono un dorje. La funzione del suono della campana durante i rituali religiosi, dunque, consiste principalmente nell'evitare che gli spiriti maligni violino l'area nella quale si svolge il rito religioso.


Dakini
Traduzione della parola tibetana khandro, che letteralmente significa colei che va in cielo, che si muove nel cielo. La dakini è probabilmente la più importante manifestazione del principio femminile nel buddhismo tibetano, ed è un termine che ricorre piuttosto spesso. È importante, quindi, cercare di capire il suo significato e le sue molteplici manifestazioni. In generale, la dakini rappresenta il flusso sempre mutevole di energia su cui chi pratica la meditazione deve lavorare per arrivare alla realizzazione. Può assumere sembianze umane, apparire come una dea – pacifica o aggressiva – o essere percepita semplicemente come l'eterna manifestazione dell'energia nel mondo fenomenico.


Dalai Lama
Titolo onorifico che deriva dall'insieme della parola mongola Dalai che significa «Oceano» (gyatso in tibetano) e Lama, parola tibetana che significa «maestro spirituale, guru», per cui Dalai Lama si può tradurre con «maestro oceanico», o meglio «Oceano di Saggezza». Il Dalai Lama è la massima autorità spirituale del buddismo tibetano, capo della scuola Gelugpa e capo spirituale del Governo tibetano a Lhasa tra il 1600 e il 1959, anno in cui i Cinesi hanno invaso il Tibet.
Il titolo fu attribuito per la prima volta nel 1578 a Sonam Gyatso, supremo capo religioso di quel tempo della corrente tibetana buddista dei Gelugpa, da Altan Khan, sovrano mongolo: Sonam Gyatso diventò così il terzo Dalai Lama, nominando primo e secondo Dalai Lama anche i suoi predecessori abati del monastero di Drepung, a Lhasa, dove risiedettero. Quando i sovrani mongoli fecero del "Grande Quinto" Dalai Lama il sovrano assoluto del Tibet, la residenza dell'Oceano di Saggezza divenne il Palazzo del Potala di Lhasa, che divenne simbolo del potere politico e religioso della nazione, insieme al Palazzo d'Estate, il Norbu Lingka, anch'esso a Lhasa.
Nell'ordine si sono susseguiti i seguenti Dalai Lama: 1° Dalai Lama Gendun Drup (1391–1474) – 2° Dalai Lama Gendun Gyatso (1475–1541) – 3° Dalai Lama Sonam Gyatso (1543–1588) – 4° Dalai Lama Yonten Gyatso (1589–1616) – 5° Dalai Lama Lobsang Gyatso (1617–1682) – 6° Dalai Lama Tsangyang Gyatso (1683–1706) – 7° Dalai Lama Kelzang Gyatso (1708–1757) – 8° Dalai Lama Jamphel Gyatso (1758–1804) – 9° Dalai Lama Lungtok Gyatso (1806–1815) – 10° Dalai Lama Tsultrim Gyatso (1816–1837) – 11° Dalai Lama Khendrup Gyatso (1838–1856) – 12° Dalai Lama Trinley Gyatso (1857–1875) – 13° Dalai Lama Thubten Gyatso (1876–1933).
L'attuale Dalai Lama, il quattordicesimo, è S.S. Tenzin Gyatso, nato a Taktser nell'Amdo nel 1935, risiede in India a Dharamsala dal 1959, a causa dell'occupazione cinese; nella stessa zona si è stabilita anche l'amministrazione del Centro Tibetano, meglio noto come Governo tibetano in esilio. Tenzin Gyatso ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1989 per la resistenza non violenta contro la Cina.


Dharamsala
A Dharamsala, nel nord dell'India si trova il quartier generale dell'Istituto di Medicina e Astrologia Tibetana. Qui gli aspiranti dottori tibetani vengono istruiti e vengono preparate le medicine. Il periodo minimo di studi per raggiungere la qualifica di dottore è di sette anni. I requisiti richiesti per poter capire gli insegnamenti medici sono la conoscenza della lingua tibetana, la sua grammatica e la filosofia di questo popolo. I primi quattro anni di insegnamento sono dedicati allo studio dei quattro principali tantra medici. Nel quinto anno gli studenti sostengono degli esami orali e scritti sui tantra. Nel sesto e settimo anno sono mandati a far pratica in uno dei comparti dell'Istituto di Medicina e Astrologia Tibetana, sotto la supervisione dei dottori più esperti. Al momento ci sono circa 30 centri dell'Istituto di Medicina e Astrologia Tibetana tra l'India e il Nepal, oltre a un certo numero di cliniche private.


Dharma
Il dharma rappresenta l'insieme degli insegnamenti del Buddha sull'origine della sofferenza (dukkha in tibetano). Rappresenta quindi una legge universale che regola il funzionamento del mondo e che nel buddismo è sempre stata trasmessa e spiegata, sin dal primo discorso pubblico del Buddha (Dharmaçakrapravartana). Nella simbologia buddista Il dharma è simboleggiato da una ruota, il dharmaçakra.


Dhyani Buddha
Sono i 5 Buddha che rappresentano l'aspetto purificato delle nostre principali afflizioni e il loro mandala corrisponde a una mappa del sentiero tantrico. Secondo la concezione del Mahayana i Buddha sono innumerevoli: cinque tra di essi, noti come Dhyani Buddha, sono i più importanti. Essi sono in effetti le forme meditative (dhyani) degli ultimi Buddha umani del corrente kalpa, e sono conosciuti come Vairochana, Akshobhya, Ratna Sambhava, Amitabha e Amoghasiddhi. Al di sopra di tutti questi Dhyani Buddha vi è l'Adi Buddha o Buddha Primordiale.


Dukkha
Parola sanscrita che indica la malattia, la sofferenza e il dolore. È la prima delle Quattro Nobili Verità. È causata dal desiderio che caratterizza la vita di tutti gli esseri e che, se estirpato, rimuove la condizione di sofferenza.


Gautama
Il vero nome di Buddha Shakyamuni (chiamato anche Siddharta) che nacque a Kapilavastu (Nepal) nel 565 ca, nella famiglia dei Shakya. A circa 30 anni una meditazione sui mali della vita, su vecchiaia, malattia e morte, lo indusse a cercare la via della salvezza facendosi monaco itinerante. Raggiunta dopo lunga ricerca l'illuminazione (Buddha significa il Risvegliato o Illuminato), decise di rendere anche gli altri partecipi della sapienza che aveva acquisito e per il resto della sua vita percorse la pianura mediorientale del Gange come monaco mendicante per annunciare la verità.


Gelugpa
La scuola Gelugpa, che significa modello di virtù, nota anche come la scuola dei berretti gialli, è la più recente delle quattro scuole principali del buddismo tibetano. Fu fondata a Ganden nel XIV secolo da Lama Tsong Khapa, che volle istituire un movimento propugnatore di rigore e disciplina all'interno della vita monastica buddhista, perché riteneva esservi una generale rilassatezza morale, un'osservanza meno rigorosa delle regola monastiche e una prevalente deviazione nell'interpretazione dei tantra. La Scuola accentuò l'insegnamento della via di mezzo (mädhyamika) del filosofo indiano Nagarjuna e quello dei precetti della Prajnaparamita, e adottò, come tantra essenziali, il Guhyasamaja e il Kalachakra. I Gelugpa danno quindi grande importanza allo studio delle Scritture ed alla cultura in generale e i monaci sono obbligati al celibato e al divieto di bevande alcoliche, di magie ed esorcismi. A questa scuola appartengono anche i Dalai Lama e i Panchen Lama.


Gheshe Chekawa
Gheshe Chekawa, o Chekawa Yeshe Dorje (1102-1176), nacque in una famiglia che seguiva le pratiche della tradizione buddhista Nyingma, ma non soddisfatto da queste pratiche iniziò a cercare altre tradizioni. Egli ricevette insegnamenti da Rechungpa (uno dei principali discepoli di Milarepa) e da Gheshe di tradizione Kadampa, fino a recarsi a Lhasa per cercare di ricevere insegnamenti anche da Gheshe Langri Tangpa. Ma quando arrivò il Gheshe aveva già lasciato il corpo, quindi ottenne insegnamenti dal principale dei suoi discepoli, Gheshe Sharawa, con il quale rimase 12 anni e ricevette tutti gli insegnamenti segreti sul Lojong. A quel tempo in Tibet vi erano molti lebbrosi perché i medici non erano disponibili a curarli e quando Geshe Chekhawa li incontrava, provando compassione e desiderando aiutarli, donava loro gli insegnamenti sull'addestramento mentale e sulla pratica del Tonglen (la pratica di prendere e dare): grazie a ciò molti di loro guarivano. Gheshe Chekhawa decise quindi di non tenere più segreti questi insegnamenti e compose il testo «L'addestramento mentale in 7 punti», uno dei testi base della tradizione Kadampa che contiene le istruzioni del Buddha su come seguire il cammino corretto per addestrare la mente, detto Lojong in tibetano, ossia come trasformare le situazioni avverse in un cammino per l'illuminazione.


Gyalwa Ensapa
Gyalwa Ensapa fu un grande maestro Kadampa (1505 – 1566 circa), nato a Ensa in Tibet e posteriormente riconosciuto come il terzo Panchen Lama, noto anche col nome di Ensapa Lobsang Döndrup. Viene ricordato per aver trascorso più di 20 anni in meditazione in una caverna isolata vicino alle montagne dell'Himalaya. Da giovane ebbe molte visioni di Buddha Shakyamuni, possedeva una naturale chiaroveggenza e dopo essere stato ordinato monaco egli diventò famoso per ricordare a memoria l'intero Sutra della Perfezione della Saggezza sia in tibetano, che in sanscrito. Dotato di una grande compassione per ogni essere, chiunque incontrasse pensava: «Come posso liberare questo povero essere dalla prigione delle rinascite incontrollate dell'esistenza ciclica?». Fu detto lo «Yogi Veloce» per la rapidità con cui ottenne l'illuminazione. Prima dei 21 anni raggiunse così la capacità di rimanere in samadhi giorno e notte e, come conseguenza di ciò, ogni volta sperimentava una felicità unica.


Gompa
Termine tibetano per indicare la sala di meditazione.


Guru del lignaggio (Guru Radice)
Guru è un termine sanscrito che presso la religione buddista ha il significato di maestro o precettore. Il rapporto che si instaura tra guru e discepolo è estremamente intimo e profondo, molto più di quanto ci si aspetterebbe tra maestro e allievo in una mera «trasmissione di conoscenza». Il guru diviene responsabile della crescita spirituale dell'allievo, istruendolo e fornendo le istruzioni più adatte a lui e soprattutto indicandogli tempi e modalità di esecuzione delle pratiche spirituali. I lignaggi del buddismo tibetano sono le principali correnti di trasmissione degli insegnamenti del buddismo in Tibet e nelle aree in cui si è storicamente diffusa questa filosofia. Hanno come base determinati monasteri (usualmente ogni monastero si riferisce ad un particolare Lignaggio, anche se vi sono monasteri che ne accolgono più di uno) dove gli insegnamenti sono ripartiti e trasmessi secondo linee diverse. Non sono però insegnamenti esclusivi: i riti di una scuola possono essere assunti anche da altre, così come particolari culti di divinità tantriche o di particolari Yidam. Ogni lignaggio contiene poi una serie di dottrine da praticare con esperienze fisiche e mentali guidate da uno o più lama qualificati che abbiano ricevuto da altri lama le specifiche trasmissioni, iniziazioni e autorizzazioni.


Guyasamaja
Termine sanscrito per indicare una antica divinità tantrica il cui nome in tibetano è gsang ba dus pa. Il trattato del Tantra di Guyasamaja viene attribuito ad Asanga, un maestro Yogacara del 4° secolo, appartenente alla più alta classe dell'Anuttara Yoga Tantra ed ha rappresentato uno degli strumenti principali per lo sviluppo del Vajrayana. In questo Tantra si fa riferimento a testi ancora più antichi che trattano del benessere del corpo e della mente, come ottenere particolari siddhi (realizzazioni) e come realizzare la natura di Buddha attraverso l'unione delle energie maschili e femminili.


Hayagriva
Il dharmapala Hayagriva (in tibetano rTa-mgrin – pr. tadrin) è considerato una manifestazione irata di Buddha Amitabha, ma può essere visto anche come forma irata di Avalokiteshvara. Possiede il potere di domare e sottomettere tutte le forze negative e può tenere sotto il suo controllo anche i più potenti dharmapala. Si conoscono più di 100 forme di Hayagriva, tra cui quella che ha una speciale abilità nel curare i problemi della pelle come la lebbra (si dice causata dal potere dei Naga) o nell'aiutare i commercianti di cavalli ad allontanare i demoni. Rappresentato solitamente di colore rosso, con tre volti, sei mani e otto gambe, i capelli arancio tra i quali appaiono tre teste di cavallo, in piedi in posizione di forza e attacco, calpesta gli 8 grandi Naga.


Heruka
Heruka è il nome di una categoria di divinità irate, in tibetano detta khrag thung (pr. tratung) spesso rappresentata come la divinità tantrica di Chakrasamvara. Essa rappresenta l'unione di beatitudine e vacuità. Viene identificata come yidam o come divinità di meditazione nelle sadhane, spesso inserita in un mandala e accompagnata da una consorte tantrica.


Himalaya Healing Center
Lo Shakti Himalayan Healing Centre è un policlinico nato nel 1993 sulla cima della collina di Tinchuli, dalla quale si domina la vallata di Katmandu (Nepal), per desiderio di Lama Gangchen e grazie alla generosità di Tsetan Gyurme e Fred Cagan e al lavoro di molti volontari. Luogo di scambio fra la cultura medica orientale e quella occidentale, offre ai pazienti un approccio di stampo olistico, al servizio anche dei più poveri. La costruzione principale è provvista di alloggi residenziali, infrastrutture per seminari e conferenze e, nell'area circostante, due palazzine ospitano le cliniche, che sono dirette da medici forniti dalla locale Fondazione B.P. Memorial Health. Il gabinetto dentistico può contare sulla collaborazione e sul sostegno della Genesis Association di Toulouse, Francia. Attualmente sono in funzione anche le cliniche pediatrica, ginecologica e un ambulatorio di medicina tibetana sotto la guida del dott. Champa e sulle orme dei dottori Pasang, Lobsang, Lawang e della dottoressa Chungla. Finora, la World Peace Foundation ha ricevuto circa 150 proposte di collaborazione da parte di medici ospedalieri di diversi paesi d'Europa pronti a offrire qualche settimana di lavoro gratuito nella struttura di Tinchuli (naturalmente per loro, vitto e alloggio gratuito).


Hinayana
Termine sanscrito che significa Piccolo Veicolo, indica l'antico buddismo indiano, e viene contrapposto generalmente al Mahayana, il Grande Veicolo. È strettamente legato fin dalle origini all'ordine monastico, per cui il monaco si applica alla salvezza di se stesso mediante la disciplina e la meditazione contemplativa: il suo fine consiste infatti nel pervenire il più rapidamente possibile alla salvezza individuale, raggiungendo la condizione del santo perfetto, Arhat. È diffuso soprattutto nell'Asia meridionale: Birmania, Sri Lanka, Cambogia, Laos e Thailandia.


Illuminazione
Per illuminazione si intende il Risveglio in senso spirituale, il pieno sviluppo delle potenzialità e qualità naturali presenti nella vera natura della mente. Questo stato è anche chiamato «onniscienza» oppure saggezza suprema e perfetta. Dal pãli «budh» che significa «svegliarsi, accorgersi, sapere, capire», viene detta in sanscrito anuttara samyak sambodhi, o più comunemente «bodhi», che corrisponde allo stato in cui la mente è illimitata e non separata da tutte le cose: il raggiungimento di tale stato è caratterizzato dalla profonda comprensione (o intuizione) della natura della realtà. Chi ottiene la bodhi diventa un Illuminato, ossia accede al nirvana e cancella tutti i residui dei semi del karma, annullando tutte le future rinascite e liberandosi dal ciclo del samsara.


Jataka
Con questo termine si indicano le storie delle vite precedenti del Buddha


Kadampa
Scuola fondata dai discepoli del maestro indiano Atisha, basata principalmente sulle istruzioni orali e sul Lam Rim. Tutte le tradizioni di questa scuola vennero assorbite dagli ordini Geluk o Ganden del buddismo tibetano e vennero poi conosciute come Gaden Kadampa, fondata da Lama Tzonkhapa.


Kailash
È la montagna (Kailāśā Parvata) appartenente alla catena dei monti Gangdisè che fanno parte dell'Himalaya nel Tibet. Da qui traggono origine alcuni dei fiumi più lunghi dell'Asia: l'Indo, il Sutlej (un importante affluente del fiume Indo), il Brahmaputra e il Karnali (un affluente del fiume Gange). Il monte Kailash, m 6.714, rappresenta per ben quattro religioni diverse – induisti, buddisti, jain e bön (l'antica religione tibetana) – il centro dell'Universo ed è meta di pellegrinaggi da più di mille anni. Nella religione indù è considerata la residenza del dio Shiva. Non sono stati registrati tentativi di scalare il Monte Kailash, poiché il luogo sacro non è considerato scalabile in ossequio alle credenze buddiste e indù.


Kalpa
Parola sanscrita che indica un eone, un ciclo cosmico, un lungo periodo di tempo che sta alla base della teoria dell'evoluzione e dell'involuzione dell'universo. Questa teoria si basa su un andamento ciclico, in cui il tempo non è lineare, ma è diviso in cicli più piccoli che si ripetono all'interno di cicli maggiori, durante i quali avvengono i processi di emanazione, durata e riassorbimento dell'universo, con distruzioni parziali o totali. Nel buddhismo vi sono quattro differenti lunghezze di kalpa: un kalpa regolare è approssimativamente lungo 16 milioni di anni, un kalpa piccolo è lungo 1000 kalpa regolari (che equivale a 16 miliardi di anni), un kalpa medio è lungo 320 miliardi di anni (l'equivalente di 20 kalpa piccoli), un kalpa grande è lungo 4 kalpa medi (l'equivalente di 1,28 trilioni di anni). Il Buddha non parlò mai dell'esatto numero di anni che compongono un kalpa, ma comunque diede sorprendenti analogie per comprenderlo: «Immagina un enorme cubo vuoto all'inizio di un kalpa, con ogni lato lungo approssimativamente 16 miglia. Una volta ogni 100 anni, inserisci un piccolo seme di senape nel cubo. L'enorme cubo si riempirà ancor prima che il kalpa si sia concluso». Oppure: « Immagina una gigantesca montagna rocciosa all'inizio di un kalpa, di approssimativamente 16 x 16 x 16 miglia, a confronto della quale anche il monte Everest sembrerebbe piccolo. Prendi un piccolo pezzo di seta e strofina la montagna una volta ogni 100 anni. Così facendo la montagna si sarà completamente consumata ancor prima che il kalpa si sia concluso». In un'altra occasione alcuni monaci vollero sapere quanti kalpa fossero già trascorsi. Il Buddha propose la seguente analogia: «Se contate il numero totale di particelle di sabbia nelle profondità del fiume Gange, da dove inizia a dove sfocia al mare, anche quel numero sarà minore del numero di kalpa che sono trascorsi».


Kaliyuga
Gli yuga sono le varie ere evolutive dell'umanità, secondo le scritture sacre indù. In pratica, ciclicamente l'umanità percorre tutta un'era evolutiva, detta Daiva Yuga, composta da 4 grandi ere principali: Kali Yuga (età del ferro) che dura 432000 anni, Dwapara Yuga (età del bronzo) che dura 864000 anni, Tetra Yuga (età dell'argento) che dura 1296000 anni, Satya Yuga (età dell'oro) che dura 1728000 anni. In totale, quindi, un Daiva Yuga dura 4320000 anni. Secondo questa tesi, abbiamo iniziato il Kali Yuga nel 4000 a.C. circa, quindi siamo all'inizio di questa era: abbiamo vissuto i primi 6000 anni circa e ci mancano ancora 426.000 anni circa.


Karma
Il karma è un principio universale secondo il quale un'azione virtuosa (che non produce sofferenza) genera benefici nelle vite successive, mentre un'azione non virtuosa (che produce sofferenza) genera malessere e disagi nelle vite successive. Il karma, dunque, vincola tutti gli esseri senzienti al ciclo del samsara poiché tutto ciò che l'essere farà, si ripercuoterà nella vita futura. Quando viene compiuta un'azione non virtuosa, vengono depositati nella vita stessa dei semi in seguito alla produzione di karma negativo. Quando viene compiuta un'azione virtuosa invece, viene prodotto karma positivo. Questi residui allungheranno la permanenza dell'esistenza nel samsara. Ogni manifestazione degli esseri senzienti possiede quindi una certa quantità di semi del karma che, finché non verranno esauriti, li costringeranno a permanere nel ciclo del samsara. Questi semi sono frutto di azioni compiute in innumerevoli vite precedenti, non possono diminuire, ma possono essere distrutti con il raggiungimento dell'illuminazione. Con l'estinzione del debito karmico, l'essere non sarà più vincolato al karma e quindi al samsara e potrà raggiungere il nirvana.


Lam Rim
II Lam Rim o «stadi del sentiero che conduce all'illuminazione», si riferisce a un gruppo di insegnamenti che si sono sviluppati in Tibet nel primo millennio e che si basano sul testo «La lampada per il sentiero che conduce all'illuminazione» scritto dal grande maestro indiano Atisha. Rappresenta quindi il sentiero che conduce all'illuminazione diviso per stadi e comprende l'intero insegnamento di Buddha, vale a dire gli insegnamenti Hinayana e Mahayana, facendo riferimento alle tre ruote del dharma e seguendo un ordine logico che consente di delineare un percorso passo per passo, che può essere compreso e praticato da chiunque voglia seguire il sentiero di Buddha, senza tener conto del suo livello di sviluppo.
Basandosi sulla «Lampada per il sentiero che conduce all'illuminazione» di Atisha, Lama Tsongkhapa ha poi composto il grande trattato sul Lam Rim, il «Lam Rim Chen-mo», che contiene l'essenza di tutte le scritture del Buddha e il sentiero indicato da Nagarjuna e da Asanga. Questo trattato è stato riconosciuto come una presentazione concisa di grandi testi che contengono gli aspetti sia dei sentieri profondi sia di quelli vasti, tra cui gli insegnamenti di Nagarjuna, di Aryadeva, la «Madhyamakavatara (L'Introduzione alla Via di Mezzo)» di Chandrakirti, il «Cuore della Via di Mezzo» di Bhavaviveka, l«'Ornamento della Via di Mezzo» di Shantigosa, i «Tre Stadi del Sentiero» di Kamalshila, il «Bodhicaryavatara» di Shantideva, l«'Ornamento del Sutra» di Maitreya.


Lo Jong
Gli insegnamenti Lo Jong costituiscono il cuore delle pratiche: in tibetano, si riferisce all'esercizio delle due bodhicitta, cioè la bodhicitta convenzionale (generalmente conosciuta come bodhicitta) e la bodhicitta ultima (cioè la saggezza che realizza la realtà ultima), in accordo con le tecniche fornite da trattati come «Boddhisattvacaryavatara» di Shantideva, «Ratnavali» di Nagarjuna e «i 400 versi sulla Madhyamaka» di Aryadeva. Successivamente i Gheshe kadampa tibetani hanno rivelato la quintessenza degli insegnamenti Lo Jong con «I sette punti dell'addestramento mentale» di Kadampa Geshe Chekhawa e «Gli otto versi della trasformazione mentale» di Kadampa Geshe Langri Tanga e «Le 37 pratiche del boddhisattva» di Thokme Sangpo. Il commentario Lo Jong più utilizzato nella tradizione Gelugpa è «L'addestramento mentale come Raggi di Sole» di Horton Namkha pai, il discepolo diretto di Lama Tsongkhapa e che fu il fondatore del collegio Jangtze del monastero Gaden del Tibet.


Losar
È il capodanno tibetano celebrato nell'area dei paesi del Tibet, Nepal e Buthan. I festeggiamenti del Losar durano una settimana, con le strade e i templi buddhisti di Lhasa, Tumpur, Katmandu e Bodmath riempite di pellegrini che indossano gli abiti tradizionali. Il termine LOSAR è tibetano: LO significa anno e SAR nuovo. L'incenso viene sparso nell'aria, i monaci pregano e compiono danze rituali, la gente si scambia doni. Le case e i luoghi sacri sono adornati con sculture di burro di yak, oppure di grasso o cera nelle comunità più lontane dove le temperature sono più fredde, che rappresentano la luna, le stelle, animali, edifici e personaggi. Il Losar celebra i quindici giorni nei quali il Buddha mostrò quindici miracoli, uno al giorno, per aumentare i meriti e rafforzare la fede nei suoi discepoli. Il festeggiamento cade i primi quindici giorni del primo mese dell'anno secondo il calendario lunare tibetano. Ogni anno, nel calendario tibetano è indicato con due nomi, quello di un animale e quello di uno dei cinque elementi della tradizione cinese. I dodici animali sono: topo, bue, tigre, lepre, drago serpente, cavallo, pecora, scimmia, cane, gallo, cinghiale; e i cinque elementi: legno, acqua, terra, fuoco, metallo.


Lumbini
Lumbini è una città del Nepal meridionale ai piedi dell'Himalaya, a pochi chilometri dal confine con l'India, che contiene numerosi templi buddhisti tra cui quello dedicato alla Regina Maya (la mamma del Buddha), il terreno di Puskarini e i resti del palazzo di Kapilvastu, dove visse il Buddha da giovane. Altri luoghi attorno a Lumbini, nella tradizione buddista, avrebbero visto la nascita, il raggiungimento della bodhi (il Risveglio) e la morte di altri Buddha. Per i praticanti questa è una delle quattro principali mete di pellegrinaggio.


Madyamika
Il significato del termine sanscrito Madhyamika corrisponde a «Colui che segue la Via di Mezzo» e indica i seguaci della scuola che origina dalla dottrina Madhyamaka (Dottrina della Via di Mezzo). Tale dottrina deriva dalla principale opera di Nagarjuna (un maestro indiano buddhista del secondo secolo) il «Mula-madhyamaka-karika», conosciuto anche come «Le stanze del cammino di mezzo», composta di 448 strofe divise in 27 sezioni, nella quale si dà risalto alla negazione di tutta la realtà fenomenica, per arrivare all'assoluto, alla vacuità o vuoto (shunyata) che è l'unica realtà. La critica di Nagarjuna si rivolse soprattutto alla dottrina che sosteneva i fenomeni come dotati di natura propria e sosteneva che nulla ha una propria realtà intrinseca e indipendente se non nelle cause e condizioni dalle quali il fenomeno scaturisce.
Questa critica fondata sulla vacuità fu, secondo Nagarjuna, un recupero dell'autentico insegnamento del Buddha Shakyamuni a cui unì anche la dottrina dell'interdipendenza dei fenomeni per cui, affermò, ogni cosa dipende nella sua natura da tutte le altre, e quindi ogni fenomeno preso di per sé è vuoto di una sua sostanzialità inerente (non esiste di per sé, ma solo in relazione agli altri). Come in un sogno tutti i fenomeni non sono esistenti, né non esistenti. Così ogni fenomeno, fisico o mentale che sia, può manifestarsi proprio perché privo di una sua natura inerente. Questa vacuità generalizzata si manifesta nella non dualità per la quale anche il samsara è per nulla differente dal nirvana. I confini del nirvana sono i confini del samsara.


Mahamudra
Il «Grande Sigillo», si riferisce a ciò che sigilla o marchia ogni fenomeno, la vacuità che è la natura ultima di tutto ciò che è manifesto e che è percepito dalla mente. Mahamudra è anche il termine per indicare gli insegnamenti sulla «Natura ultima della mente».


Mahakala
È un Dharmapala, un protettore del dharma, secondo il lignaggio Vajrayana. In tibetano detto Nagpo Chenpo significa letteralmente il grande nero e viene considerato come l'emanazione di tutti i 6 stati di esistenza. Viene rappresentato di colore nero, l'unico colore in cui vengono assorbiti e dissolti tutti gli altri: allo stesso modo tutti i nomi e tutte le forme si dissolvono in Mahakala, che pertanto simboleggia la sua natura di vacuità assoluta (come il nero, che può rappresentare l'assenza totale di colore). Quasi sempre è raffigurato con 5 teste, che rappresentano la trasformazione dei cinque difetti mentali nelle cinque saggezze e 6 braccia che indicano la realizzazione delle 6 paramita (o perfezioni), ma può anche venire raffigurato con 4 o solo 2 braccia o in unione con la sua consorte Rangjung Gyalmo. Nella tradizione Gelugpa può essere considerato come un'emanazione feroce e potente di Avalokitesvara, il bodhisattva della pietà.


Mahayana
In tibetano theg-pa chen-po significa «Grande Veicolo» e si intende un insieme di insegnamenti e di scuole buddiste che, rifacendosi tra gli altri, ai Prajnaparamitasutra e al Sutra del Loto, proclamano la superiorità spirituale della «Via del Bodhisattva» rispetto a quella «dell'Arhat», quest'ultima proclamata nel buddismo dei Nikaya. Le sue origini non sono certe. È certo invece che gruppi di monaci buddhisti che avevano accolto la canonicità degli insegnamenti dei Prajnaparamitasutra e che convivevano nei monasteri insieme ad altri monaci che ne rifiutavano invece la canonicità, abbiano incominciato, intorno al II secolo d.C., a denominarsi come seguaci del Mahayana (Grande Veicolo) indicando gli altri come seguaci dello Sravakayana (Veicolo degli ascoltatori della voce) e, successivamente, Hinayana (Veicolo inferiore). Dal punto di vista dottrinale, il buddismo Mahayana venne delineato nelle scuole Madhyamika e Cittamatra che fiorirono nell'India settentrionale soprattutto presso l'Università buddista di Nalanda. Questi insegnamenti contengo tra loro importanti differenziazioni, conservando tuttavia in comune l'importanza della figura del bodhisattva, ovvero del praticante buddista, laico o monaco, che potendo raggiungere la meta del nirvana vi rinuncia per aiutare tutti gli esseri senzienti ad entrarvi prima di lui.


Maitreya
Il Buddha del futuro, l'ultimo Buddha che apparirà sulla terra convertendo tutti gli uomini e i demoni stessi, uniti nel raggiungimento del nirvana. Viene raffigurato con i piedi appoggiati al suolo, sempre pronto a manifestarsi sulla terra quando sarà il momento della sua venuta. In una mano tiene una boccetta di amrita, l'ambrosia e il nettare di guarigione, e nell'altra ha un fiore di loto, simbolo di autocreazione.


Mala
È un rosario buddista formato da 108 o 111 grani, o sottomultipli, in diversi materiali: può essere di legno, pietra, osso, metallo, ecc. Portato a contatto con la pelle o utilizzato come rosario, aiuta a portare la coscienza ad uno stato interiore. Le male erano e sono tuttora i costanti compagni lungo il sentiero verso la ricerca della verità.


Mandala
Parola proveniente dal sanscrito che, in tibetano, è tradotta con Kyil-khor. Letteralmente significa una rappresentazione simbolica della Dimora celeste di una divinità meditativa. I mandala sono usati da monaci e laici e servono come aiuto per la meditazione. Esistono quattro tipi di mandala e solo due sono fisicamente visibili: quelli dipinti su Thankga o quelli disegnati su una vasta superficie piatta con sabbie di vari colori. Tuttavia il termine mandala indica anche altre strutture. Tra queste conosciamo i semplici cerchi o dischi che contengono un centro sacro o ne formano la base, per esempio il disco dei cinque elementi che costituisce la parte inferiore dell'universo del Kalachakra o il disco della luna, del sole e dei due pianeti Rahu e Kalagni che servono da trono a una divinità, o anche un luogo, dimora delle divinità. I tracciati di un mandala sono di aiuto per la meditazione, la visualizzazione e l''iniziazione: alcuni possono essere spiegati apertamente, molti altri invece si riferiscono alle dottrine tantriche e il loro significato è mantenuto segreto.


Manjushri
Rappresenta il bodhisattva associato alla saggezza discriminante, ossia aiuta a discriminare tra ciò che è corretto e ciò che non lo è, tra le azioni benefiche e quelle non benefiche, combatte quindi l'ignoranza e dona intelligenza, saggezza, capacità di esposizione, eloquenza e memoria negli insegnamenti. Per questo è spesso raffigurato su di un leone o in atto di brandire una spada di fuoco che recide i veli dell'illusione, con il testo sacro della Prajnaparamita tra due fiori di loto posti all'altezza della testa. Il suo nome in sanscrito significa «gentilezza, dolcezza», in tibetano è detto Jampelyang e rappresenta anche il principale guardiano e protettore degli astrologi, delle arti, delle scienze e degli scrittori. Assieme a Maitreya, che rappresenta la compassione e Buddha Shakyamuni, egli rappresenta l'aspetto della saggezza degli insegnamenti buddhisti.


Mantra
Parola sanscrita antica che significa letteralmente Salvare la mente dalla sofferenza e dalla malattia e si riferisce all'energia pura ed essenziale del suono che in questa sua manifestazione ha potenzialità infinite. Si riferisce quindi alla pronuncia, da parte del meditante, di sillabe sacre che hanno lo scopo di focalizzare l'attenzione sulla pratica e di sviluppare le qualità positive della meditazione. Recitare un mantra rappresenta quindi il modo di collegarsi e di lavorare con delle energie specifiche molto sottili.


Master di Reiki
Aver conseguito il titolo di Master di Reiki non significa essere diventati saggi o illuminati, significa semplicemente essere capaci di trasferire ad altri l'abilità di trasmettere le iniziazioni Reiki. Così come lo studio della tecnica del Reiki non termina con l'attestazione del livello di Master, la vera maestria proviene dalla dedizione ai principi e dalla loro quotidiana applicazione: essa deriva dallo sperimentare l'autoguarigione e la guarigione degli altri. Si può considerare il Reiki come un'energia santa, un dono all'umanità, ma per quanto potente sia, non potrà mai sostituirsi ai singoli nel lavoro di crescita interiore, anche se si è acquisito il titolo di Master. È come una meravigliosa chiave che permette di aprire la porta della guarigione e della conoscenza: resta comunque a ogni singola persona la decisione di varcare la soglia, di confrontarsi e di riscoprire chi sia veramente.


Meditazione
In tibetano meditare si dice GOM che vuol dire «rendersi in unione, rendere la mente felice e rilassata». Meditare vuol quindi dire trovare il giusto equilibrio, la giusta via, la famosa “via di mezzo, ossia è necessario riuscire a guardare dentro di noi come in uno specchio: quando noi ci specchiamo sappiamo che quello che guardiamo non è proprio la nostra persona, perché lo specchio riflette un'immagine all'incontrario e quindi lievemente diversa, ma lo specchio ci è necessario perché proprio attraverso esso noi possiamo vedere più aspetti nel complessivo, visto che l'immagine riflessa comprende sempre più particolari rispetto a quello che noi potremmo osservare direttamente con i nostri occhi. Possiamo cioè valutare l'azione nel complessivo, come è stata fatta e come è stata recepita dai nostri sensi, e con questa analisi possiamo arrivare ad un risultato, senza togliere e senza aggiungere nulla. La possiamo analizzare e questo ci può dare suggerimenti validi per il futuro. Quello che si forma è un atteggiamento mentale molto particolare: ci sono difatti tanti suggerimenti che vengono dai maestri, si sentono dire tante cose e tutte molto interessanti, ma solo quando una di queste cose colpisce nel segno e ci fa dire «questo è vero» corrisponde allo specchio che conduce a dei veri cambiamenti.


Milarepa
Milarepa fu uno dei principali maestri della scuola Kagyu, una delle quattro principali scuole del buddhismo tibetano, del lignaggio della «trasmissione orale». La sua storia fu scritta nel XII secolo dal suo discepolo Rechunpa che incontrò il Maestro soltanto quando questi era già un Illuminato, alla fine della sua vita di durissime prove. Proprio per conoscere la sua vita, il discepolo gli chiese di raccontargliela e allora Milarepa prese la parola e cominciò a narrare. Come tutte le biografie dei grandi Yogi del passato, anche quella di Milarepa sprigiona una ricchezza di significati e offre una possibilità straordinaria di letture molteplici. Oggi la sua storia è molto conosciuta e ne esistono parecchie edizioni. L'aspetto che colpisce di più a prima vista è il capovolgimento radicale della sua vita, da una gioventù «allo sbando», diremmo oggi, dedita ai difetti mentali più pesanti, fino alla conversione al dharma e all'ottenimento — in una sola vita — dello stato di Buddha.
Egli nacque nel Tibet sud-occidentale da una famiglia buddhista ricca e influente, ma alla morte prematura del padre conobbe ben presto la miseria grazie alla malvagità dei parenti, che spossessarono lui e la madre delle tenute e dei beni e li resero loro servi. Chi soffrì di più fu senz'altro la madre, che accumulò molto rancore per tutte le angherie subite e non appena suo figlio fu abbastanza grande, gli diede i pochi pezzi d'oro che era riuscita a nascondere, affinché potesse fuggire e recarsi a studiare magia nera, nella speranza che acquisisse la capacità di vendicarsi dei parenti. Nel testo «Vita di Milarepa» essa dice proprio: «Io desidero che tu, dopo aver imparato a fondo la magia, distrugga per primi tuo zio e tua zia, poi la gente del paese e i vicini che ci hanno fatto del male». Il suo intento riuscì fin troppo bene, perché la dimora dello zio responsabile delle sue disgrazie crollò durante la festa nuziale del cugino, seppellendo trentacinque familiari, mentre la grandine devastò i campi dei contadini colpevoli di non avere preso le parti della famiglia di Milarepa.
Ma il rimorso, implacabile, non tardò a farsi sentire: inseguito dall'orrore per l'atrocità commessa, Milarepa iniziò a cercare un maestro al quale affidarsi, trovandolo nel Lama Marpa, storicamente noto come «Il Traduttore» (1012-1096). Fu così che, all'età di 38 anni, Milarepa divenne allievo del grande traduttore Lotsawa Marpa, il quale gli concesse di restare nei suoi terreni, ma si rifiutò di ammetterlo tra i suoi studenti e di concedergli qualsiasi insegnamento. Iniziò così il suo apprendistato, o meglio la sua attesa di un apprendimento che Marpa, beffardo e all'apparenza spietato, continuamente rimandava subordinandolo al superamento di prove faticosissime, ai margini di ogni resistenza fisica e psicologica, eppure ogni volta insufficienti. In particolare, Marpa ordinò per ben 4 volte la costruzione e la distruzione di una torre di nove piani: in questo modo il maestro voleva dare un insegnamento veramente potente non solo al suo discepolo, ma anche a noi lettori. Facendo intendere a Milarepa che la costruzione delle torri era connessa all'insegnamento segreto, per cui il discepolo costruiva nella speranza di ricevere gli insegnamenti, Marpa poi dissolveva brutalmente i suoi sogni, facendogli distruggere sia la torre, sia la speranza di crescere spiritualmente: con questo atteggiamento voleva che il discepolo lottasse potentemente contro la brama e l'attaccamento ed eliminasse così il karma negativo accumulato: solo così sarebbe stato possibile per Lui iniziare un percorso di conoscenza che lo avrebbe portato alla liberazione dai propri veleni mentali.
Non lasciandosi scoraggiare dai comportamenti «eccentrici» di Marpa, alla fine, stremato, Milarepa riuscì a completare il lavoro (e la torre da lui costruita svetta tuttora in Tibet): il suo karma negativo si era così esaurito, grazie al duro comportamento del suo maestro. A Milarepa vennero finalmente trasmessi gli insegnamenti tanto attesi (che lo stesso Marpa aveva a sua volta ricevuto dal proprio maestro Naropa): fu così che Milarepa potè ottenere gli insegnamenti sul corpo illusorio, sulla luce radiante, sullo stadio intermedio del bardo, sul controllo dei sogni e sul trasferimento della coscienza (pho-wa). Gli venne anche trasmesso il potere del calore miracoloso (gTum-mo), che consente di non usare vestiti pesanti di lana per ripararsi dal freddo: da quel giorno prese così il soprannome di re-pa (vestito di tela).
Quando l'addestramento di Milarepa fu completato, egli ricevette dal suo maestro l'istruzione di recarsi in una caverna e iniziare la contemplazione più profonda. Nutrendosi di poche cose offertegli dai contadini e mangiando ortiche che crescevano nei dintorni della caverna (per questo viene raffigurato nei dipinti con la pelle di colore verde), egli si impegnò nella meditazione e vi rimase per tre anni.
Dalla «Vita di Milarepa» si legge: «Sostentandomi con delle ortiche, rimasi lì e continuai la mia meditazione. Le ortiche mi procuravano un riparo per l'esterno del corpo; per il nutrimento interno mi davano una farina senza sapore. Così che il mio corpo diventò simile a uno scheletro e prese il colore dell'ortica».
Una volta raggiunta l'illuminazione, molti furono coloro che andarono presso di lui per ascoltare le parole di saggezza che comunicava sotto forma di magnifici canti. Continuò così a condurre una vita molto semplice impartendo profonde trasmissioni a una cerchia ristretta di 21 discepoli. Il suo ultimo insegnamento fu quello di praticare l'umiltà: occupare l'ultimo posto, rinunciare al cibo, alle vesti e alla parola, perché coloro che sono pieni dei desideri mondani non possono aiutare gli altri e neppure se stessi.
Milarepa lasciò come testamento queste parole: «Dividete la seta e lo zucchero con questo coltello e distribuiteli alle creature. Non si esauriranno mai. Coloro che gusteranno questo zucchero e si rivestiranno di questa seta saranno salvi dal dolore. Questo è stato il mio nutrimento di meditazione. È il nutrimento di compassione e la sua virtù è doppia. Coloro che ne mangiano non entrano nell'inferno della fame. Questa seta bianca è la veste della saggezza e del calore interno. Coloro che se ne cingono il corpo o le spalle non entreranno nell'inferno del caldo e del freddo».


Monte Meru
Il monte Meru, noto anche come Sumeru col significato di «magnifico Meru», è una montagna sacra della mitologia induista e buddista; alta 80.000 leghe (circa 450.000 km) si trova al centro dell'universo e sorge a Ilãvṛta, paese del continente mitologico Jambudvipa, quello più interno. Confina a nord con la catena montuosa Nïla (blu). Si innalza nella regione dei paradisi e sulla sua cima, a nord, trova luogo il paradiso di Indra (Svarga, Svarloka o Indraloka). Su di esso splende la Stella Polare. Al centro dell'oceano cosmico, al tempo della creazione, emerse il monte Meru, simile a una piramide con quattro facce, ciascuna formata da pietre preziose, ove risiede il pantheon buddhista, luogo in cui ai suoi abitanti sono sconosciuti sia la miseria che il dolore. La parte a est è costituita da cristalli di rocca, la parte a sud di lapislazzuli, quella a ovest da rubini, e infine quella a nord è costituita da oro puro. Il monte Meru è circondato da sette anelli concentrici di montagne d'oro, intervallati da mari di acqua piovana, racchiusi in un circolo di montagne di ferro, e all'esterno, nelle quattro direzioni, i quattro continenti. Tale conformazione venne utilizzata per la costruzione delle antiche città sacre dell'Asia.


Mudra
Letteralmente significa sigillo ed è un gesto, un movimento delle mani o delle dita usato durante la meditazione. Il mudra può agire sul piano fisico, energetico e/o spirituale e nel buddismo viene molto usato a completamento di pratiche e meditazioni atte al raggiungimento dell'illuminazione.


Nagarjuna
Nagarjuna, in tibetano Klu Sgrub Andhra, fu un monaco indiano buddista, filosofo e fondatore della scuola della Madhyamika e patriarca delle scuole Mahayana. Nacque nel 150 d.C. e le notizie sulla sua vita sono piuttosto frammentarie e confuse. Si ritiene che sia nato probabilmente nella regione di Andhra nell'India meridionale, da una famiglia di brahmani. Secondo la leggenda nacque sotto un albero di Terminalia arjuna, che diede origine alla seconda parte del suo nome (Arjuna), mentre la prima parte Naga la si deve ad un viaggio da lui condotto, sempre secondo alcune leggende, nel regno dei Naga, posto sotto l'oceano per recuperare i Prajnaparamita Sutra, ad essi affidati dai tempi del Buddha Shakyamuni.
Dal punto di vista storiografico si ritiene che dopo un periodo di studio della letteratura vedica (testimoniato dall'interesse per essa nella sue opere), si sia convertito presto al buddismo entrando in monastero. La tradizione lo vuole abate di Nalanda, ma si ritiene che poi abbia comunque trascorso buona parte della sua vita a Srivapata, in un monastero fatto costruire sulle rive del fiume Krsna dal re suo amico Gotamiputra, a cui Nagarjuna indirizzò due epistole giunte fino a noi.
Sempre secondo la leggenda lo si vede ritratto sotto la protezione di un serpente Naga e con l'Usnisha in cima alla testa (il segno che distingue i buddha in quanto, secondo la tradizione, avendo egli insegnato la dottrina della vacuità, avrebbe messo in moto il secondo giro della Ruota del Dharma).
La sua opera principale fu il «Mula-madhyamaka-karika», conosciuto anche come «Le stanze del cammino di mezzo», composta di 448 strofe divise in 27 sezioni, nella quale egli diede risalto alla negazione di tutta la realtà fenomenica, per arrivare al concetto che l'assoluto, o vacuità, o vuoto (shunyata), è l'unica realtà. La critica di Nagarjuna si rivolse soprattutto alla dottrina che sosteneva che i fenomeni siano dotati di natura propria e nel dire che nulla ha una propria realtà intrinseca e indipendente se non nelle cause e condizioni dalle quali il fenomeno scaturisce.
Per Nagarjuna, Buddha Shakyamuni aveva indicato, oltre all'impermanenza temporale, una ulteriore qualità: tutti i fenomeni sono vuoti anche di una stessa loro identità in quanto dipendono uno dall'altro sul piano temporale del presente. Esiste «A» solo in quanto esiste anche un «non A». Tutti i fenomeni (dharma) sono quindi privi di identità, sono vuoti di identità. Tutti i dharma, secondo la lettura dell'insegnamento del Buddha, da parte di Nagarjuna, sono vuoti: poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente, si può dire che tutto ciò che esiste è vuoto. L'esperienza della vacuità è la via che porta alla liberazione. Ma la vacuità non può essere conosciuta con il pensiero ordinario (o convenzionale) che tratta dei fenomeni come se fossero indipendenti e stabili, dotati di natura immutabile e certa. Gran parte dell'opera di Nagarjuna consiste pertanto in una critica raffinata delle diverse dottrine che sottendono l'esistenza dei fenomeni in quanto tali, e che vengono per questo ridotte all'assurdo (prasanga).
Da parte sua, egli non presentò quindi alcuna dottrina, poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione filosofica. L'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se viene enfatizzata. La vacuità richiede, ed è, la rinuncia a ogni opinione. Buddha Shakyamuni aveva messo in guardia dal rendere assoluta la propria dottrina, considerandola solo un semplice mezzo per raggiungere la liberazione (una zattera per traversare un fiume, che va abbandonata appena si è arrivati all'altra sponda).
La qualifica di Nagarjuna di maestro della scuola dei Madhyamika, verrà alla sua morte portata avanti da Aryadeva, suo discepolo diretto, nonché suo successore come abate di Nalanda.


Naropa
Naropa fu uno yogi indiano del decimo secolo, considerato uno degli 84 Mahasiddha del buddismo tantrico. Nato da una famiglia ricca e potente, ben presto si rese conto di voler iniziare il cammino spirituale, ma il padre si oppose e gli trovò una moglie appartenente alla casta dei brahmani giovane e bella con la quale si sposò, ma che dopo 8 anni di matrimonio egli abbandonò a 25 anni decise di prendere i voti ed entrò all'Università di Nalanda. Qui studiò filosofia buddista, i sutra e i tantra, diventando il più grande erudito del luogo e dimostrando grandi capacità nel dibattito.
Si racconta che un giorno, mentre stava studiando, vide una dakini estremamente anziana e brutta che gli chiese che cosa stesse facendo. Egli rispose che stava studiando il Tantra di Guhyasamaja. Allora l'anziana gli chiese di ripetergli delle parole e Naropa così cominciò a recitare il testo. La donna iniziò allora a saltare felice e a ballare e Naropa le disse che oltre a leggere le parole, poteva anche comprenderne il significato. A quel punto l'anziana signora iniziò a gridare e a essere infelice. Allora egli le chiese il perché di quel comportamento. La donna rispose di essere triste perchè l'unico che capiva il significato di quegli insegnamenti era suo fratello Tilopa. A sentire il nome di quel grande maestro Naropa fu mosso da una intensa devozione e realizzò che avrebbe dovuto iniziare a cercarlo se voleva ottenere l'Illuminazione. Chiese quindi all'anziana dove andare e come fare per trovarlo e Lei gli rispose: «non esiste un luogo particolare dove risiede Tilopa, potrebbe essere dovunque, se la tua mente è piena di devozione e di fiducia e brami incontrarlo, allora questa è la via giusta.» Così parlando, l'anziana donna, che in realtà era Vajrayogini (ma che Naropa non riusciva a visualizzare come tale perché il suo karma negativo non era ancora stato completamente purificato) sparì sotto forma di arcobaleno.
Abbandonò così i suoi studi e la sua posizione all'università e andò alla ricerca di Tilopa, ricerca che si dimostrò difficile e lunga: patì la fame e la sete, fu sottoposto alle conseguenze più estreme delle forze della natura, ma non lasciò che nessuna di queste circostanze insopportabili lo fermassero nella sua ricerca. Queste circostanze sfavorevoli da lui incontrate vennero poi chiamate «le dodici esperienze spaventose»: per ben dodici volte, infatti, incontrò prima dei cani feroci, poi animali selvatici, serpenti velenosi, donne terrificanti e altre situazioni davvero avverse che lo ostacolarono nel suo percorso e lo spaventarono quasi alla morte. Tuttavia non desistette e continuò nella ricerca di Tilopa. Ogni volta, dopo aver incontrato una forma terrificante, sentiva una voce dal cielo che gli spiegava che cosa aveva appena sperimentato e che quella era la manifestazione del suo guru.
Naropa si ritrovò così in un villaggio e dal cielo risuonò una voce che gli disse che non lontano avrebbe trovato il suo maestro se avesse continuato ad avere fede e fiducia. Gli fu indicato un pescatore che risiedeva solitario giù al fiume. Ricordando le sue esperienze precedenti iniziò a pensare che forse anche il pescatore era una manifestazione del suo guru, ma che la sua mente impura non gli permetteva di vederlo, così senza alcun dubbio o esitazione e con devozione e fiducia, andò al fiume a incontrarlo, gli fece le prosternazioni e gli chiese di poter diventare suo allievo. Tilopa lo osservò e gli disse: «Ti osservo e vedo in te una persona di rango elevato, appartenente ad una famiglia nobile e ricca. Come mai una persona così chiede di diventare allievo di un umile pescatore ?» Naropa, mosso da devozione e rispetto, continuò a chiedergli il permesso di diventare suo allievo, ma senza dargli risposta l'altro si incamminò e andò via.
Naropa inizia cosò a seguirlo, senza mai riuscire a raggiungerlo, fino a che Tilopa decise si sedersi su una scogliera molto alta. Quando il discepolo lo raggiunse gli disse: «Se fossi veramente risoluto nel voler imparare gli insegnamenti dovresti obbedire ai miei ordini e saltare giù da questa scogliera senza esitazione, sapendo quanto sia importante seguire le istruzioni del tuo maestro». Naropa non ci pensò nemmeno un istante e si buttò di sotto. Tutte le sue ossa e articolazioni si ruppero in tanti pezzi e il maestro allora gli domandò se provasse molto dolore. Egli rispose: «il dolore mi ha ucciso !». In questo modo Naropa ottenne il suo nome (in tibetano Na significa «dolore», ro significa «uccisione» e pa significa «dare un nome».
Tilopa poi gli toccò delicatamente il corpo e tutte le sue ossa rotte si rimisero insieme e il dolore sparì. Dopo avere subito così tanta sofferenza, Naropa ancora una volta chiese al maestro di dargli gli insegnamenti profondi, ma questi disse: «Non sei ancora abbastanza puro per avere gli insegnamenti della mente» e lo schiaffeggiò fino a fargli perdere i sensi. Quando il discepolo si risvegliò finalmente il suo desiderio di realizzazione era uguale a quello del suo insegnante. Tilopa spiegò così il suo comportamento: non era crudele di natura, ma solamente facendogli sopportare mille difficoltà con durezza e rigorosità il karma negativo di Naropa avrebbe potuto essere ripulito per poter iniziare il cammino verso l'Illuminazione.
Il maestro iniziò così a trasmettere al suo allievo tutti gli insegnamenti più segreti del Tantra e per 12 anni Naropa lo seguirà tanto che si dice che la gente dell'India di quel tempo parlasse di loro come del Sole e della Luna, tanto erano inseparabili e sempre insieme.
Naropa viene ricordato anche per la pratica yogica da lui trasmessa e chiamata «I sei Yoga di Naropa» che racchiude un insieme di pratiche appartenenti alla più alta classe dell'Anuttara Yoga Tantra, per aiutare i praticanti ad ottenere velocemente l'Illuminazione.
Naropa diverrà anche il maestro di Marpa, colui che fonderà la scuola Kagyu della corrente tibetana, che a sua volta diverrà maestro di Milarepa, un altro importantissimo maestro tantrico.
Naropa studierà poi a Phullahari e lascerà il corpo all'età di 85 anni.


Ngal-gSo Chag Wang Reiki
Particolare tipologia di Reiki Ngal-gSo che arriva dalla tradizione tibetana antica dei Bõn, conosciuta come Chag Wang Kum Kye letteralmente Mano del Potere o Mano del Buddha. Reiki Ngal-gSo, mantenendo intatta la validità delle singole discipline da cui deriva, aggiunge quindi questo gioiello di saggezza ad un percorso di evoluzione personale. Potenziato dall'insegnamento spirituale di un lignaggio mantenuto puro dal Buddha fino ai giorni nostri e trasmesso con amore e gentilezza dal nostro Guru Radice, aggiunge una chiave di lettura tanto antica quanto attuale ad una disciplina ormai molto diffusa e pone un seme di amore universale e di pace nel nostro cuore.


Nirmanakaya
Il corpo di manifestazione del Buddha che si vede sulla terra.


Nirvana
Stato di illuminazione in cui ogni forma di sofferenza emotiva e conflittuale cessa definitivamente.


Nyingmapa
È il «lignaggio degli antichi», il più antico dei quattro principali lignaggi del buddismo tibetano (con Kagyupa, Sakyapa e Gelugpa) portato in Tibet nell'VIII secolo dal grande maestro indiano Padmasambhava, conosciuto anche come Guru Rimpoce, e dai suoi immediati discepoli che tradussero vari sutra Mahayana, Tantra e Testi del Canone Sanscrito.
L'origine dei Nyingmapa è la stessa dell'origine del buddhsmo tibetano: dopo la costruzione del primo tempio buddista, il Jokhang, a Lhasa, si dovette attendere l'anno 817, quando il sovrano Trisong Detsen chiamò Padmasambhava e Shantarakshita a insegnare in Tibet per poter edificare a Samye il primo monastero e quindi, con il sangha, diffondere il buddismo. Trisong Detsen ordinò ai 25 discepoli e 108 traduttori di tradurre il corpus delle scritture buddiste dal sanscrito al tibetano. Quei primi 25 discepoli sono oggi considerati dai Nyingmapa come loro predecessori nel lignaggio e le loro traduzioni come testi approvati.
Fino al XI secolo i Nyingmapa furono i soli praticanti buddisti in Tibet, pertanto non si riconobbero come scuola o lignaggio particolare. Solo con la seconda diffusione del buddismo, con l'insegnamento di Atisha e le nuove traduzioni, i Nyingmapa si vennero a definire come lignaggio a sé, per differenziarsi dalle innovazioni introdotte.
Essi sono anche i principali detentori del sistema dei gTerma (tesori), insegnamenti segreti e commentari rimasti nascosti in luoghi remoti a lungo e che vengono scoperti solo quando i tempi sono sufficientemente «maturi» per comprenderne il contenuto. Questo sistema consentì così ai Nyingmapa di avere un dinamismo dottrinale maggiore rispetto ad altri lignaggi, che si strutturarono invece con tradizioni più stabili. I Nyingmapa svilupparono anche il sistema di meditazione Dzogchen che a partire dal quinto Dalai Lama fu accettato e praticato anche dalla tradizione Gelugpa, suddivisero il Tantra in 6 branche (anziché 4 come per gli altri lignaggi) e non seguirono le riforme monastiche promosse da Atisha per cui i praticanti laici mantennero l'usanza di avere delle consorti. Importanti monasteri Nyingmapa, oltre a quello di Samye, il più antico del Tibet, sono quelli di Dorje Drag, Dzogchen, Shechen, Dodrubchen e Palyul.


Pace interiore
Le guerre di questo mondo possono sembrare poca cosa se paragonate alla lotta che infuria nel cuore di ogni uomo. La lotta interiore è la guerra più grande perché la sofferenza impedisce di trovare una pace vera: finché non ci sarà pace dentro di noi, ci sarà sempre guerra all’esterno. La sofferenza del corpo genera certo infelicità, ma l’infelicità che nasce dalla sofferenza del cuore è di gran lunga peggiore: è senza alcun dubbio l'infelicità più profonda che esista. Quando lasceremo che la vita ci riempia, quando non sprecheremo più il respiro e quando lasceremo manifestarsi la natura luminosa della mentre primordiale illuminata, allora la pace entrerà nella nostra vita e sarà allora che cominceremo a trovare la soluzione ai nostri problemi, non perché si risolveranno, ma perché troveremo in noi stessi una splendida semplicità e pace interiore.


Padmasambhava
Padmasambhava, in tibetano Pema Jungnay che significa «Nato dal loto», noto anche come il Prezioso Maestro Guru Rinpoche, viene considerato il primo e più importante diffusore del buddismo in Tibet, particolarmente del Vajrayana, e il fondatore del buddismo tibetano. La sua vita è arricchita di così tante leggende che è difficile separare gli elementi storici dai dati mitologici.
Nacque nella valle dello Swat nel VIII secolo e si dice sia nato da un loto fiorito nel lago Dhanakosha (formatosi dalle lacrime del padre) come un bambino già di otto anni. Adottato e allevato dal re Indrabhuti dell'Uddiyana, lasciò il palazzo per dedicarsi al buddismo Vajrayana e divenne monaco. Giunto nel regno di Saor sposò, nonostante fosse monaco, la principessa Mandarava che divenne la principale delle sue yogini (in tutto ebbe cinque mogli, di cui due nepalesi e due tibetane).
La tradizione attribuisce a Padmasambhava otto maestr. A un certo punto della sua vita fu accusato di aver ucciso con arti magiche un ministro, per cui fu cacciato da corte e iniziò a praticare la meditazione nei cimiteri. Tornato nello Swat con sua moglie rischiò di essere messo al rogo dal re locale per essersi sposato da monaco, ma furono infine riconosciute le sue straordinarie capacità e venne così graziato. Verso il 786 fu invitato in Tibet dal sovrano Trhisong Detsen su suggerimento del monaco buddista Shantaraksita che stava tentando la conversione della popolazione tibetana con grandi difficoltà, forse per l'approccio troppo filosofico ed elitario. In Tibet Padmasambhava sposò la moglie di Trhisong Detsen, la tibetana Yeshe Tsogyal, che divenne la sua seconda più importante partner tantrica. Si suppone che Padmasambhava sia rimasto in Tibet per 12 anni, anche se la tradizione vuole che la sua permanenza sia durata appena 18 mesi.
La suaimpresa più importante fu la vittoria, avvenuta nel 787, sui demoni sulla collina di Hepo Ri, grazie alle sue capacità spirituali: questo fatto significò la sconfitta inflitta alle divinità bön del Tibet pre-buddista che ancora esistevano, e ai loro seguaci che si opponevano alla costruzione di un monastero, nonostante già dal 779 il sovrano Trhisong Detsen avesse proclamato il buddismo religione di stato. Il monaco Shantaraksita poté così dare inizio ai lavori di costruzione del primo e più antico monastero buddista in Tibet, di cui divenne il primo abate, a Samye nelle immediate vicinanze di Hepo Ri.
Con Padmasambhava varie divinità del pantheon tibetano furono trasformate in divinità tutelari del buddismo, come i Dharmapala o Kurukulle. A lui si fa anche risalire la pratica, non presente nel Vajrayana indiano, di sotterrare in luoghi remoti come grotte, montagne o ghiacciai, dei tesori religiosi, detti gterma, testi tantrici che sarebbero poi stati scoperti secoli dopo dai terton, gli scopritori di tesori. In questo modo gli insegnamenti più segreti si sarebbero rivelati al momento opportuno e alle persone giuste.
Direttamente ai suoi insegnamenti si rifà la scuola Nyingmapa, la più antica delle scuole tibetane. I primi allievi di Padmasambhava e Shantaraksita sono considerati i primi Ningmapa, che sono tradizionalmente 25, tra cui il re Trhisong Detsen e la yogini Yeshe Tsogyal.


Pali
Lingua indoeuropea in cui è stato per la prima volta scritto il Canone buddista nel I sec. d.C. nello Sri Lanka. È l'unico Canone completo che rimane.


Paramita
Termine sanscrito usato per indicare le perfezioni o virtù buddiste. Sono 12 e sono l'espressione naturale della mente illuminata, la mente della meditazione.


Pitaka
Termine sanscrito per indicare uno dei canestri (cioé una parte) del Canone Pali – il cosiddetto Tripitaka (triplice canestro) – ovvero l'insieme dei testi che racchiudono l'insegnamento del Buddha. Esso, infatti, viene tradizionalmente suddiviso in tre sezioni o «canestri» in base al contenuto dei testi: VINAYA PITAKA, Il canestro della disciplina – SUTTA PITAKA, Il canestro dei discorsi – ABHIDHAMMA PITAKA, Il canestro della legge.


Prajna
Termine sanscrito, che indica la saggezza illuminata, che trascende il dualismo soggetto-oggetto.


Prajna Paramita
È la saggezza suprema.


Pranayama
Il pranayama rappresenta il controllo ritmico del respiro ed è il quarto stadio dello yoga, secondo lo Yogasutra di Patanjali. Insieme al pratyahara (ritiro della mente dagli oggetti dei sensi) è conosciuto come ricerca interiore (antaranga sadhana) e insegna come controllare la respirazione e la mente, quale mezzo per liberare i sensi dalla schiavitù degli oggetti di desiderio. La parola pranayama è formata da prana (fiato, respiro, vita, energia, forza) e da ayama (lunghezza, controllo, espansione). Il suo significato è quindi di controllo ed estensione del respiro. Tale controllo si attua durante le classiche tre fasi: inspirazione (puraka), espirazione (rechaka) e trattenimento del respiro (kumbhaka).


Pratimoksha
Termine sanscrito per indicare l'insieme dei voti da mantenere nel cammino spirituale al fine di ottenere l'illuminazione. Prati significa «verso, ogni» e moksha significa «la liberazione dalle esistenze cicliche», per cui con questa parola si intendono tutti i voti dei monaci e dei laici che desiderano raggiungere la liberazione personale. Buddha diede estese istruzioni sulla disciplina morale e sui voti del Pratimoksha nei sutra appartenenti alla classe del Vinaya, uno dei tre canestri del Canone Pali che raccoglie tutti gli insegnamenti del Buddha (gli altri due canestri sono il Sutta Piṭaka o «canestro della dottrina» e l'Abhidhamma Piṭaka o «canestro della fenomenologia» in ambito cosmologico, psicologico e metafisico). Ci sono voti del Pratimoksha sia per i praticanti laici, sia per i monaci e le monache, vengono presi per la vita intera e cessano solo quando la persona che li ha ricevuti rompe uno dei voti radice (detti anche precetti morali) che sono: astenersi dall'uccidere, dal rubare, dal dire falsità, dalle cattive condotte sessuali e dall'usare intossicanti.


Precetti
I precetti morali, detti anche «voti radice», proposti da Buddha Shakyamuni 2500 anni fa, sono fondamentali per una retta condotta di vita e per una proficua pratica introspettiva e meditativa che ogni praticante deve perseguire al fine di condurre se stesso e tutti gli esseri alla liberazione dalla sofferenza. Essi sono:
1. astenersi dall'uccidere;
2. astenersi dal rubare;
3. astenersi dall'erronea condotta sessuale;
4. astenersi dall'uso di un eloquio volgare o offensivo;
5. astenersi dall'alcool o dalle sostanze che alterano la lucidità mentale.


Puja
È un termine sanscrito che significa, in generale, pratica dell’offerta. È molto diffusa nel buddismo di tutte le tradizioni e lignaggi ed è un'occasione individuale per praticare la generosità, rivolta ai simboli dei buddha (statue, reliquiari, ecc), alla comunità dei monaci e delle monache, agli esseri umani in genere, agli animali o agli esseri invisibili. La pratica dell'offerta è particolarmente curata dai praticanti in giorni speciali del calendario e, nel corso dei secoli, la puja è diventata anche un rito di offerta collettivo nei templi e nei monasteri, a scadenza regolare e rivolto a specifiche rappresentazioni di buddha e bodhisattva.


Quattro Nobili Verità
Durante una meditazione condotta nel Parco delle Gazzelle di Isipatana, presso Varanasi, in India, Shakyamuni insegnò le 4 Nobili Verità. La formulazione classica di questo insegnamento è esposta nel Discorso della messa in moto della ruota della dottrina (Dharmachakrapravartana Sutra), e delinea che nella esistenza vi sono 4 Nobili Verità: la Verità del dolore, la Verità dell'origine del dolore, la Verità della cessazione del dolore e la Verità della via che porta alla cessazione del dolore.


Rupa
La forma del corpo, la materia.


Rupakaya
L'esistenza corporea.


Sadhana
Testo rituale tantrico che implica una pratica meditativa con preghiere, recitazioni di mantra e visualizzazioni.


Sakyapa
È una delle quattro grandi scuole del buddismo tibetano il cui nome deriva dal suo monastero più importante, fondato nel 1073 a Sakya (la terra grigia) nella provincia di Shigatse. Tale tradizione scritta e orale si è perpetuata fino ai giorni nostri grazie a grandi Lama come Kundga snyinpo che studiò soprattutto il Tantra di Hevajra (la divinità tutelare degli stessi Sakyapa), Sonam Tsemo che si adoperò per ordinare e classificare la letteratura tantrica e redasse compendi illustrativi alla dottrina, Jetsun Dakpa Gyaltsen autore di numerose opere di esegesi tantrica e dogmatica e anche di alcuni trattati di medicina, Sakya Pandita che basandosi sul Pramanavarttika di Dharmakirti rivolse la sua attenzione ai problemi di dogmatica e di logica, e il protettore Chogyal Phagpa scrittore fecondo che trattò ogni sorta di argomenti dogmatici, tantrici e liturgici, soggiornando alla corte di Kubilai Khan e indirizzando numerose lettere ai principi mongoli nelle quali riassumeva gli elementi basilari della dottrina buddista.


Samadhi
Termine sanscrito che significa unione: nella meditazione indica la condizione di coscienza in cui si verifica un'assoluta coincidenza tra pensiero e oggetto del pensiero, un'unione con l'Assoluto.


Samatha
È la pratica dell'attenzione su un oggetto (sci.nè in tibetano) ed è il punto di partenza comune per vari tipi di meditazione buddista.


Sambhogakaya
Rappresenta il secondo dei tre aspetti o corpi della natura di Buddha e indica la manifestazione dei poteri nati dalla perfetta illuminazione da parte del Buddha.


Samskara
Uno dei cinque aggregati che compongono l'uomo e che corrisponde alle strutture mentali.


Samsara
Letteralmente significa percorrimento del flusso, del divenire, ossia il mondo del flusso, del mutamento e dell'incessante divenire in cui si vive la quotidianità. Nel buddismo rappresenta il carico dei limiti alla liberazione. Nonostante i tre veleni dell'odio, della brama e dell'illusione siano tenuti in vita dal desiderio egoistico dell'uomo, va cercata la liberazione dalla ruota del divenire, sulla quale, legato da se stesso, l'essere ritorna vita dopo vita, momento dopo momento. Il fine del Nobile Ottuplice Sentiero è proprio quello di permettere il distacco dalla «ruota» e l'entrata nello stato del nirvana.


Sangha
In tibetano dge-dun è il termine sanscrito e päli che indica la comunità dei monaci buddisti. Per alcune scuole del buddismo Mahayana tale termine implica anche i laici che hanno preso rifugio nei «Tre Gioielli», che osservano i precetti buddisti e che hanno formulato i voti del bodhisattva. Per costituire formalmente un sangha monastico vi devono essere presenti almeno quattro monaci pienamente ordinati, ossia non più novizi. Il primo sangha buddista si è formato attorno alla figura del Buddha Shakyamuni come risultato dei suoi insegnamenti. Il sangha è anche il terzo dei «Tre Gioielli» del buddismo, costituiti appunto da Buddha, Dharma e Sangha. La vita del sangha è regolata dai precetti il cui tipo e numero varia dal Canone buddista di riferimento, dall'eventuale «vinaya» seguito e dalla scuola di appartenenza.


Sanscrito
L'antica lingua indiana, sacra per il buddismo, in cui sono stati scritti diversi testi.


Shantideva
Shantideva, grande yogi e meditatore del passato, visse intorno al VII/ VIII sec. d.C. Figlio primogenito di un re della regione del Surãstrã (l'attuale Gujarãt), lasciò il regno del padre dopo aver ricevuto in sogno gli insegnamenti del bodhisattva Manjushri che lo dissuadeva a seguire le orme del padre e lo spronava invece a seguire l'insegnamento del dharma. Seguì per dodici anni un maestro che lo introdusse alla pratica meditativa di Manjushri e in seguito diventò monaco nel monastero di Nalanda. Venne spesso criticato dagli altri monaci perché pareva non studiasse tanto e non praticasse la meditazione. Aveva quindi una nomea di essere un monaco un po' «sui generis» e sembrava essere tutto l'opposto di un essere realizzato.
Si narra che alcuni monaci un giorno gli fecero uno scherzo chiamando delle persone in monastero e chiedendogli di dare un insegnamento pubblico. Lui però rifiutò più volte e così facendo alimentò sempre più l'idea di essere una persona incapace. I monaci andarono allora dall'abate di Nalanda che chiese a Shantideva di presentarsi agli insegnamenti.
Così, il giorno fissato per le spiegazioni del sutra, essi predisposero un trono senza scalini, molto alto, affinché fosse difficile salirvi. Quando Shantideva entrò nella stanza, i monaci iniziarono a fare le prosternazioni e lui in un battito di palpebra salì sul trono, in modo tale che i monaci non ebbero modo di accorgersi della sua salita. Iniziò il suo discorso dicendo che non avrebbe voluto dare gli insegnamenti ma, visto che gli era stato richiesto dall'abate, allora per favore che gli dicessero che tipo di insegnamenti volevano. Vecchi o nuovi? Tutti risposero: nuovi. E così egli iniziò a recitare il BodhiCaryãvãtãra, una lunga opera sulle 6 Paramita, che viene ancora studiata nei monasteri e costituisce oggi uno dei testi base per la pratica Mahayana relativa al sentiero degli illuminati bodhisattva.
A mano a mano che procedeva nel suo insegnamento delle 6 Paramita, egli cominciò lentamente a lievitare e a salire in alto, fino a scomparire alla vista di tutta la platea, mentre rimase solamente la sua voce che continuò ad insegnare. Questa capacità di rendersi invisibile confermò a tutti i presenti la sua santità.
Da quel momento in poi iniziò la venerazione di questo monaco «fuori dai canoni»: egli non fu più visto a Nalanda, ma cominciò a girare in India per trasmettere gli insegnamenti come Mahasiddha (Maha=grande; siddha=esperto. Termine sanscrito che indica colui che incarna e coltiva siddhi (potere) di perfezione spirituale. Si tratta di persone che hanno sufficiente cultura e hanno avuto sufficienti realizzazioni da essere riconosciuti come maestri tantrici).


Sera Me
Collegio monastico situato nel sobborgo a nord della città di Lhasa, è uno dei tre monasteri più famosi, assieme a quelli di Drepung e di Ganden. Questo monastero è dedicato alla tradizione Gelugpa o «dei Berretti Gialli» fondata da Lama Tsong Khapa, e fu fatto costruire da Jamchen Chojey, uno dei suoi discepoli, nel 1419 durante la dinastia Ming. Il monastero fu chiamato Sera, che significa selvaggio, in quanto alle sue spalle si trovava una collina coperta di rose selvatiche; è magnifico e ricopre una superficie di circa 115 mila metri quadri. Al suo interno si trovano lo Zhacang (l'istituto universitario), Il Collegio Tantrico (l'edificio più antico – i capitelli delle colonne della sala d'ingresso sono tra i più raffinati di tutto il Tibet), diverse cappelle che ospitano un gran numero di altari e statue tra cui quelle di lama Tzongkhapa, Buddha Shakyamuni, Manjushri e un gran numero di testi sacri scritti con polvere d'oro.


Shakyamuni
Nome attribuito al principe Siddharta dopo la sua illuminazione. Significa il saggio dei Shakya, dove muni è una parola sanscrita che indica il voto di silenzio; in senso lato, vuol quindi dire asceta, saggio. Gli Shakya erano il clan cui apparteneva il principe, il cui nome proprio era Siddhartha Gautama. Siddhartha è un'abbreviazione di sarvarthasiddha e significa colui che ha realizzato tutti i suoi obiettivi. Gautama era, invece, il nome di un antico santo, come del resto Kapila, l'autore del Samkhya, cui era dedicata la città in cui il bodhisattva Siddhartha nacque: Kapilavasthu.


Shambala
Shambhala (in tibetano bde byung) è un termine sanscrito che significa «luogo di pace, tranquillità, felicità ». Si dice che lo stesso Buddha abbia insegnato il Tantra di Kalachakra su richiesta del re Suchandra di Shambhala: i suoi insegnamenti sarebbero conservati in questo luogo mitico, dove tutti gli abitanti sono degli esseri illuminati. La parola Shambala si ritrova anche in antichi testi della cultura Zhang Zhung, precedente all'arrivo del buddismo nel Tibet.


Shastra
Termine sanscrito usato generalmente per indicare la conoscenza basata su principi ritenuti senza tempo. Nel buddismo si riferisce alle sacre scritture, per cui si definisce shastra un trattato o un testo scritto che commenta e spiega certe pratiche o certe scritture.


Sunyata
Parola sanscrita che indica lo stato di vacuità, di vuoto, un concetto fondamentale del buddismo Mahayana e di quello Zen.


Stupa
(in tibetano chörten) Monumento buddista, originario del subcontinente indiano, la cui funzione principale è quella di conservare reliquie. Il termine deriva dal sanscrito (in tibetano Chörten) che letteralmente significa fondamento dell'offerta. È il simbolo della mente illuminata (la mente risvegliata, divinità universale) e del percorso per il suo raggiungimento. A livello simbolico, lo Stupa rappresenta il corpo di Buddha, la sua parola e la sua mente che mostrano il sentiero per l'illuminazione.


Sutra
Nel buddismo il termine si riferisce a un passo, un capitolo o al racconto intero dei testi inclusi nel Canone della scuola buddista. Il termine pãli sutta, in particolare, si riferisce esclusivamente ai testi del Suttanta o Sutta Pitaka del Canone pali della scuola Theravada. Questi testi non sono elaborazioni posteriori, ma vere trascrizioni dei discorsi tenuti da Siddhartha Gautama nel corso della sua predicazione che erano stati per lungo tempo tramandati a memoria dai monaci.


Tantra
La parola sanscrita TANTRA significa continuità, filo, principio basilare del legame tra maestro e discepolo. Questa continuità ha fondamentalmente un'ulteriore accezione che prevede, da parte del discepolo, il riconoscimento della natura chiara e luminosa della propria mente come aspetto della vacuità dei fenomeni. Il Tantra è un metodo trasmesso da Buddha Shakyamuni attraverso un corpo speciale di luce e nettare chiamato Vajradhara. È praticamente impossibile datare storicamente la trasmissione di questi testi in quanto si riferiscono a tempi non lineari dello sviluppo umano. Il segreto della sua efficacia e rapidità sta nel fatto di utilizzare tutte le esperienze della vita, anche quelle ritenute completamente al di fuori del nostro controllo (come la morte o i sogni): la vita stessa diventa così un percorso fortemente liberatorio e di totale guarigione (illuminazione, nel linguaggio tradizionale).


Quattro tantra medici
La medicina tantrica tibetana nasce dai 4 Tantra, cioè da quanto trasmesso da Buddha Shakyamuni nella manifestazione di pura luce di guarigione e di liberazione. In realtà si tratta di un unico testo (il rGhiud bZhi – pr. ghiu shi) suddiviso in quattro parti coerenti tra di loro che costituiscono un unico insegnamento. rGyud.bzi significa «I 4 Tantra» e riunisce i 4 trattati fondamentali di medicina: il Tantra radice (compendio dell'intero sistema di guarigione), il Tantra esplicativo (spiegazioni più dettagliate delle tematiche), il Tantra della tradizione orale (spiegazione in assoluto più minuziosa) e il Tantra ulteriore (dove vengono illustrati i metodi terapeutici esterni).


Sistema tantrico tibetano
In tibetano la parola Tantra si traduce con rGhiud e sta a significare continuità, ma affinché vi sia continuità di un evento è indispensabile l'unità dell'evento stesso, un principio questo logico e riscontrabile in ogni cosa. Non vi può essere continuità nella conduzione di un lavoro se lo stesso viene lasciato, non vi è continuità nel rapporto sentimentale se uno dei due partner si separa. Pertanto, la base della continuità di un evento è l'unione dei componenti dell'evento stesso. Il Tantra, come trasmisso da Buddha Shakyamuni, è l'unione tra il corretto metodo e la coemergente saggezza e indica quindi la strada per la trasformazione della mente nella prospettiva della completa illuminazione. Quando, verso il 700 d.C., l'insegnamento tantrico iniziò a penetrare in Tibet grazie alla determinazione di alcuni sovrani illuminati (Srong.tzen.sgan.po e Kris.song.lde.tzen), esso finalmente perse quella connotazione di segretezza estrema che lo aveva caratterizzato sul territorio Indiano. Con la diffusione del buddismo nel paese delle nevi, il Tantra fu poi naturalmente protetto dalla funesta curiosità degli sciocchi e dal degrado grazie all'invidiabile posizione geografica del Tibet e alla gioviale predisposizione delle popolazioni nomadi verso gli insegnamenti e la fede: vennero così tradotti dal sanscrito tutti i testi del Vinaya grazie alla fervente determinazione dei giovani tibetani di studiare con i maestri indiani. Non solo, ma il Tibet divenne il territorio che conservò sino ai giorni nostri l'enorme patrimonio di testi, commentari, insegnamenti e più in generale esperienze, che in India non riuscirono a permanere a causa dell'invasione musulmana che distrusse monasteri, testi e statue e portò all'uccisione di migliaia di monaci e monache. Il Tibet conservó questi potenti insegnamenti per un millennio formando un proprio livello spirituale, il Lamaismo; questo modello spirituale non solo assicuró la continuità degli insegnamenti originali del Buddha, ma permise a molti discepoli di perfezionare la loro formazione ottenendo le superiori realizzazioni connesse con il percorso tantrico.


Tathagata
Appellativo del Buddha che significa completamente illuminato.


Terma
La parola terma (gter-ma) significa tesori ed è tipica del buddismo tibetano e in particolare della scuola Nyingmapa. Si tratta di tantra, insegnamenti segreti e commentari vari che sarebbero stati nascosti in luoghi remoti e quasi inaccessibili da Padmasambhava e altri eruditi, così da essere scoperti solo da Tertön (gter-ston), cioè persone dotate di «particolari capacità». Considerando che il contenuto dei terma sarebbe stato inappropriato alla diffusione al momento della compilazione, essi venivano nascosti per permettere la loro scoperta quando i tempi fossero sufficientemente maturi per comprenderne il contenuto, ovvero quando i tempi delle Cinque Degenerazioni (Kaliyuga) ne avrebbero richiesto la diffusione e anche per fare in modo che passassero indenni il periodo delle persecuzioni che intercorsero tra la prima e la seconda diffusione del buddismo in Tibet. I < i=""> sono spesso nascosti sottoterra, sott'acqua, in cielo e nella mente. Pertanto si considerano terma anche certe particolari visioni pure non connesse con l'effettivo ritrovamento fisico dei testi, ma che si trovano in una speciale visione specifica del Tertön, il quale provvede poi a metterlo per iscritto e diffonderlo. <>


Theravada
Il buddismo Theravada la scuola degli anziani è una delle prime scuole nate dall'insegnamento di Gautama Shakyamuni, il Buddha storico. Di natura prettamente monastica e ascetica, fa riferimento al cosiddetto Canone Pali quale testo dottrinale fondamentale. Il nome dello stesso canone si riferisce all'antica lingua indiana pali, strettamente imparentata al sanscrito, ritenuta una delle lingue in cui il Buddha Sakyamuni espresse il suo insegnamento orale. Il Theravada è anche conosciuto con il nome di Hinayana, o piccolo veicolo ed è oggi la forma di buddismo prevalente nello Sri Lanka (Ceylon), Myanmar (Burma, Birmania), Thailandia, Laos e Cambogia. La parola thera in pali significa vecchio, autorevole.


Torma
Con questo termine si intende una speciale offerta di cibo fatta durante lo svolgimento delle pratiche, in accordo con i rituali del Sutra o del Tantra. Le offerte possono essere fatte più tradizionalmente con burro e farina, o con cibi e bevande di diversi tipi, che si hanno a disposizione in quel momento. Alla fine della cerimonia esse vengono bruciate e distrutte.


Tre Gioielli
Corrispondono al Buddha, al Dharma (gli insegnamenti) e al Sangha (la comunità), e talora sono rappresentati unitamente come un gioiello con tre gemme. Nei Tre Gioielli i praticanti buddisti prendono rifugio: prendere rifugio nel Buddha significa cercare, al di fuori della propria situazione limitata, qualcosa che possa fornire tale fonte di rifugio. Prendere rifugio nel Dharma vuol dire riconoscere questi insegnamenti come un sentiero estremamente benefico, che va seguito nello studio e nella pratica con il massimo impegno per eliminare qualunque azione che sia causa di dolore o di sofferenza per sé e per gli altri e per sviluppare l'approccio gentile e non violento verso tutti gli esseri e l'ambiente. Prendere rifugio nel Sangha vuol dire sviluppare i legami positivi con la comunità, per cui si ascoltano e si seguono i consigli ricevuti dai maestri, dai guru, dai monaci e dagli amici spirituali e non si ascoltano le tendenze negative, non ci si lascia influenzare da coloro che esprimendo una mente confusa possono allontanarci dallo sviluppo spirituale.


Tripitaka
Termine sanscrito che significa tre canestri (vedi Pitaka) e che indica le tre grandi sezioni in cui è diviso il Canone buddista, ovvero: Sutra (i discorsi del Buddha), Vinaya (la disciplina monastica) e Abhidharma (il più antico compendio della psicologia e dell'etica buddista.


Tsog
Termine tibetano, abbreviazione di una frase più lunga che traduce la parola sanscrita «Ganachakra» che significa offerta speciale, di cibo o di sostanze di vario tipo fatta durante lo svolgimento di puje, sessioni meditative del sentiero Vajrayana, con visualizzazioni e recitazione di mantra.


Tulku
Un tulku è colui che ha scelto di rinascere intenzionalmente nel samsara per beneficiare e prestare soccorso a tutti gli esseri senzienti, nel cammino verso il risveglio della propria coscienza e illuminazione. Questo cammino può essere compiuto da un lama tibetano buddista, sia monaco che – più raramente – laico, che ha scelto di rinascere coscientemente invece di giungere, potendolo, alla Liberazione. L'esempio più famoso è quello del lignaggio del Dalai Lama, che si considera la rinascita del corpo fenomenico del bodhisattva Avalokitesvara.


Vacuità o natura vacua dei fenomeni
Il vuoto o vacuità è il modo ultimo di essere di tutti i fenomeni, ossia ogni fenomeno ha la natura e la realtà del vuoto, che non significa nulla in senso assoluto, ma «esser privo di essenza, non avere un'esistenza inerente, autonoma, indipendente, sostanziale, oggettiva, auto-sussistente, stabile». Tutti i fenomeni hanno sempre avuto natura di vuoto, ma l'uomo – per effetto della propria ignoranza – è incapace di conoscerli come tali. Infatti, tutte le cose appaiono, istintivamente e abitualmente, come se esistessero indipendentemente, come se fossero dotate di una loro propria esistenza e di un'identità concreta. Ma ciò non è vero. Esistere intrinsecamente vorrebbe dire esistere per proprio conto, indipendentemente da ogni fattore condizionante. Poiché il divenire è la trama della realtà e le cose sono impermanenti, esse sono sprovviste di natura propria – altrimenti resterebbero eternamente simili a se stesse, avrebbero un'identità perpetua e immutabile. È quindi abbastanza facile capire che questo modo di esistere sarebbe logicamente impossibile.


Vajra
In sanscrito significa fulmine, diamante ed è simbolicamente rappresentato come oggetto fisico da una sfera centrale e da due loti con otto petali, posti simmetricamente ai lati della sfera, da cui partono dei denti che si allargano per poi congiungersi in due punti in asse tra loro, uniti con un dente centrale secante perpendicolarmente la sfera. La sfera centrale simboleggia il «vuoto», da cui si diparte il mondo fenomenico, ovvero i denti, che poi tornano a unirsi. I due loti rappresentano i due poli opposti di nirvaṇa e saṃsara, fondamentalmente identici dal punto di vista del vuoto. Talora, dopo i loti e prima dei denti, sono rappresentati 2 o 4 o 8 Makara, esseri mitologici ibridi metà rettile e metà pesce, simboleggianti l'unione degli opposti che trascende la comprensione fenomenica. Dalle bocche di questi Makara escono delle lingue, che sono i denti del vajra che si uniscono alla fine assieme, trasformando nuovamente l'apparenza nel vuoto. Sono di numero variabile: spesso quattro o otto, escludendo il dente centrale assiale. Nel caso in cui siano quattro, più il quinto centrale, vengono a rappresentare i cinque veleni dell'esistenza, le cinque saggezze e i cinque Buddha trascendenti, ossia: avidità (saggezza della talità – Amitabha – Pandara). odio (saggezza speculare – Akshobhya – Locana), mania (saggezza della realtà- Vairochana – Vajradhatvishvari), orgoglio (saggezza dell'individualità – Ratnasambhava – Mamaki), invidia (saggezza onnipotente – Amoghasiddhi – Tara). In tibetano è detto dorje, ed è anche un diffuso nome di persona in Tibet e in Bhutan. Il vajra rappresenta pertanto la natura del reale, e la sua identificazione diventa chiara con il concetto di vuoto, la natura stessa dell'illuminazione, che è incisiva come un fulmine e indistruttibile come il diamante. Questo concetto viene ad assumere un carattere così centrale nella dottrina buddista da dare il nome alla sua terza grande trasformazione: il Vajrayana cioè Veicolo di Diamante, dopo l'Hinayana e il Mahayana.


Vajrabhairava
Rappresenta la forma irata di Yamanthaka (la più alta emanazione del Bodhisattva Manjushri), il distruttore del signore della morte. È una divinità della più alta classe dello Yoga Tantra nel Vajrayana, oltre ad essere una delle tre principali divinità di meditazione della scuola Gelugpa (le altre due sono Chakrasamvara e Guhyasamaja). In Tibetano è detto rDo-rje jigs-byed e la sua visualizzazione è particolarmente diffusa tra i Sakyapa e i Gelugpa di cui è il difensore del lignaggio. Può venire raffigurato in unione mistica con la sua consorte VajraVetali blu, con sedici gambe, trentaquattro braccia che portano vari simboli tantrici, corpo blu scuro e nove teste, tra cui domina quella impassibile di Manjushri.


Vajrapani
Vajrapani rappresenta un bodhisattva il cui nome significa «colui che regge lo scettro di diamante» per cui rappresenta il protettore e la guida di tutti i buddha, la personificazione dei mezzi abili e dell'infinito potere. in tibetano è detto Phyag na rdo rje (pr.: Channa Dorje) e il suo aspetto terrifico sta a indicare la capacità di un buddha di controllare e pacificare anche i difetti mentali negativi più incontrollati e devastanti. Come si addice a una figura che rappresenta il potere e l'energia illuminati, Vajrapani viene raffigurato in movimento nella postura di un guerriero, la sua espressione è irata, di colore blu scuro, intorno alla vita indossa una pelle di tigre, simbolo del coraggio. Entrambe le sue mani compiono il mudra che controlla ogni interferenza alla pratica interna ed esterna e nella mano destra regge un dorje, simbolo del potere del completo risveglio spirituale. Egli non è adorno solo di ornamenti ingioiellati, ma anche dei serpenti dell'ira, che controlla con la forza superiore della sua compassione. Storicamente, si ricorda anche la figura del Bodhisattva Vajrapani, uno dei discepoli principali del Buddha storico Shakyamuni, il quale gli affidò la protezione dei Tantra e i potenti insegnamenti del Vajrayana affinché fosse in grado di portare i discepoli qualificati alla completa illuminazione anche in una sola vita. Per questo motivo Vajrapani viene talvolta definito come il «Signore dei Segreti». Egli viene anche considerato il protettore nei monasteri Shaolin.


Vajrasattva
In tibetano detto Dorje Sempa rappresenta l'apparizione celeste del buddha originario nel Nadir. In unione con la sua mistica compagna Vajrayoghini, è l'essere adamantino, la principale divinità utilizzata dai praticati di ogni livello del tantra per purificare la mente. Lo si invoca recitando il potentissimo Mantra dalle cento sillabe. Buddha Vajrasattva è il grande simbolo della via del diamante e può aiutare a trasformare e dissolvere ogni tipo di karma negativo del passato, presente e futuro, anche il più tremendo, avendo una vera e profonda motivazione. Recitando il suo mantra, si possono purificare tutte le emozioni negative e distruttrici, le malattie, i blocchi, i disturbi mentali e la sofferenza. Dall'unione delle due divinità, fluisce un puro e bianco nettare, che guarisce tutto. Questo Buddha viene invocato nelle pratiche segrete dei rituali tantrici.


Vajrayana
Vajra in sanscrito significa diamante, il re delle pietre preziose, che può tagliare ogni altro minerale, ma che non può essere distrutto da nessun altro. Yana invece significa sentiero, per cui Vajrayana significa Sentiero Adamantino, nel senso di veicolo indistruttibile e insuperabile per raggiungere l'illuminazione. Il buddismo Vajrayana, o veicolo del vajra, è la forma di buddismo sviluppatasi a partire dalla trasmissione degli insegnamenti che sono stati definiti come il «quarto giro della ruota del dharma» trasmessi da Buddha Shakyamuni. In accordo alla tradizione, l'assemblea di coloro che imparavano i tantra dal Buddha era composta in gran parte da esseri non umani come i Deva, le divinità mondane e i bodhisattva. Che tra gli ascoltatori di ciò che insegnava il Buddha ci fossero anche molti esseri non umani è detto chiaramente, per esempio, nel Prajnaparamita Hridayasutra dove, dopo le parole del Buddha, viene descritta la reazione di gioia di dei, umani e semidei. Il buddismo Vajrayana si formò a seguito della scuola Mahayana, anche se testi tantrici possono tranquillamente essere ascritti ad alcuni secoli precedenti quelli identificati dagli studiosi. Secondo alcuni il Vajrayana è la forma di buddismo diffusa in Tibet, tanto che spesso con questo termine ci si riferisce a tutto il buddismo Tibetano, sebbene non si tratti dell'unica forma praticata in Tibet e che in passato si è diffuso anche in altri paesi dell'Asia. In Tibet sono anche presenti lo Sravakayana, il Bodhisattvayana e il Tantrayana, anche se vengono insegnati separatamente a seconda delle necessità individuali di ogni praticante: definire quindi il buddismo tibetano solamente come Vajrayana è errato, in quanto alcuni degli elementi del Vajrayana sono presenti un po' in tutte le pratiche in Tibet e nelle zone himalayane limitrofe. Al di fuori dell'area culturale del Tibet (cioè nel Sikkim, in Ladakh, nel Bhutan, nel Qinghai, in Mongolia, nella Calmucchia, in Buriazia e aree del Nepal, dello Yunnan, del Gansu, del Sichuan), il Vajrayana si è sviluppato in Giappone (scuola Shingon) e sta avendo un notevole sviluppo nei paesi occidentali attraverso la diffusione delle quattro tradizioni principali: Kagyu, Nyingma, Sakya e Gelug del buddismo tibetano.


Vajrayogini
In tibetano detta Dorje Naljorma significa letteralmente «la yogini del vajra», una dakini, un Yidam femminile che appartiene alla più alta classe dello Yoga Tantra. Secondo Lama Tsong Khapa la sua pratica include i metodi per aiutare nella morte ordinaria, nello stato intermedio del bardo e nella rinascita e per trasformare le esperienze di tutti i giorni in un continuo sentiero spirituale. Essa viene anche rappresentata come Vajravarahi (in Tibetano: Dorje Pakmo) e Kalika (in Tibetano:Troma Nagmo) e spesso viene descritta come sarva-buddha-dakini, che significa «la dakini che è l'essenza di tutti i buddha». La pratica di Vajrayogini nacque in India tra il decimo e il dodicesimo secolo a seguito della sadhana di Chakrasamvara, dove Vajrayogini era la sua consorte tantrica. Originariamente però si dice che fu Buddha Vajradhara a dare questi insegnamenti nella forma di Heruka, mentre stava esponendo il Tantra di Heruka. Essa viene rappresentata di colore rosso scuro brillante (il colore del fuoco del gTummo che arde nel suo corpo) nella figura di una ragazza di 16 anni, dotata del terzo occhio (a rappresentare la sua abilità a vedere ogni cosa nel passato, presente e futuro), possiede una sola testa (a simboleggiare che ha realizzato che tutti i fenomeni hanno una sola natura della vacuità), due braccia (a simboleggiare la realizzazione delle due verità), guarda in avanti dimostrando di essere in grado di vedere la terra pura delle dakini, la sua mano destra tiene un coltello ricurvo a indicare il suo potere di tagliare le delusioni e gli ostacoli per i suoi discepoli e per tutti gli esseri senzienti, mentre la sua mano sinistra tiene un teschio pieno di sangue a simboleggiare la sua esperienza di chiara luce, mentre una gamba schiaccia un maiale: essa simboleggia difatti la vittoria sull'ignoranza (simbolizzata dalla figura del maiale).


Vesak
Festa che commemora la nascita, l'illuminazione e il paranirvana del Buddha e che viene celebrata nel periodo di luna piena del mese di maggio. È festa nella gran parte dei paesi buddisti riconosciuta anche dall'intesa tra Stato e Unione Buddista Italiana.


Vina
È considerata uno tra i più antichi strumenti indiani ed è il discendente del sitar. Il nome deriva da quello di un'arpa dell'antico Egitto, il bin. La forma deriva da quella di una cetra a bastone ed è in genere caratterizzata da un manico lungo e largo che costituisce l'asse dello strumento, da un gran numero di capotasti e dalla presenza di risuonatori, in genere due zucche svuotate. La rudra vina e la saraswati vina sono provenienti dalle regioni del Sud dell'India mentre la vichitra vina proviene dalla cultura industana del nord dell'India. La vina rudra e la saraswati vina possiedono sette corde di cui quattro da tocco e tre che si allungano sulla parte sinistra del manico. Le corde non sono mai pizzicate da un plettro, ma soltanto dalle unghie del musicista che vengono lasciate crescere lunghissime.


Vinaya
Le regole monastiche che formano una delle tre sezioni del Canone (vedi Pitaka).


Vipassana
Una delle due principali forme della meditazione buddista (in tibetano lak.tong), detta anche meditazione di visione penetrativa. A differenza della meditazione samatha, questa forma non è finalizzata al raggiungimento di stati di assorbimento meditativo e non ha un carattere astrattivo. Al contrario, la meditazione vipassana intende sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali.


Wu Thai Shan
Il Monte Wutai (Wutai Shan) è il punto più elevato della provincia, famoso come residenza del bodhisattva Manjushri e di conseguenza importante meta di pellegrinaggio, con molti templi e panorami.


Yamantaka
Divinità del buddismo Mahayana della più alta classe del Tantra Yoga, è la manifestazione irata d Manjushri, il Buddha della compassione, che assieme a Vajrabhairava e Yamantaka rappresentano la dottrina del corpo di illuminazione (Dharmakaya) rappresentata da Buddha Vajradhara, il Buddha primordiale, l'essenza suprema di tutti i buddha, sinonimo della realizzazione completa.


Yana
Termine sanscrito che significa veicolo e indica le varie strade che un fedele buddista può percorrere per giungere alla liberazione spirituale.


Zafu
Cuscino rotondo e rigido riempito di fibre naturali, tradizionalmente di kapok, sul quale ci si siede per la pratica di meditazione.


Zen
Termine giapponese che significa meditazione, come il cinese chan e il sanscrito dhyana. Scuola buddista della tradizione Mahayana.

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