Incontro 19 giugno 2018

Basta poco per sentirsi soli – Grazia Cherchi

Uscito una prima volta presso un piccolo editore siciliano nel 1986, ristampato da edizioni E/O nel 1991 e nel 1995 per poi uscire dolorosamente di catalogo, "Basta poco per sentir si soli" è uno scrigno di gioielli rari, veri e propri pezzi di bravura in cui l'autrice mostra tutta la sua intelligenza e la sua umanità.

Scrittori sull'orlo di una crisi di nervi, poeti frustrati dall'assenza di lettori, sconosciuti che sanno solo pretendere senza mai ascoltare, semplici lettori disorientati a cui dare un consiglio: sono queste, e altre ancora, le presenze che dalla vita quotidiana dell'autrice discendono per divenire protagoniste di racconti deliziosi. Che aiutano ognuno di noi a prendersi un po' in giro, a perdonarsi un po' di più e infine a volersi bene.  

One Response to “Incontro 19 giugno 2018”

  • Valeria scrive:

    GRAZIA CHERCHI  
    (commento di Valeria Gramolini)
    Basta poco per sentirsi soli

    Brillante! Non trovo altro termine per descrivere l'agile penna di Grazia Cherchi in questo suo Basta poco per sentirsi soli.
    Si tratta di una breve raccolta di racconti approssimativamente autobiografici relativi alla professione di “editor” dell'autrice scomparsa nel 1995 e la cui carriera si lega al mondo degli intellettuali della sinistra italiana e ad autori quali Alessandro Baricco, Stefano Benni, Gad Lerner…, divenuti assai noti anche grazie al giudizio favorevole della Cherchi.
    Il paesaggio nel quale hanno luogo gli episodi dei racconti è quello degli ambienti dell'editoria e della stampa milanesi: i bar in cui avvengono gli incontri con altri critici letterari, gli appartamenti fumosi in cui “americanamente” non mancano mai wisky e conversazioni vacue e nevrotiche alla Woody Allen, mentre gli animali che vi si aggirano sono colleghi annoiati che si permettono giudizi caustici su aspiranti autori di cui hanno letto solo poche righe. E' da questi professionisti del “giudizio”, dai membri di questa élite colta ed esausta di letture che dipende il futuro di speranzosi partecipanti ai premi letterari, i quali, del tutto ignari delle oscure macchinazioni dietro le quinte, ad essi si aggrappano come a zattere di salvataggio.
    Ne emergebbe un quadro impietoso e deprimente se a tratti non fosse anche ironico e divertente, reso con una prosa asciutta e veloce, priva di compiacimento descrittivo o psicologismi ed invece carica di realismo.
    Ma oggetto dello sguardo irriverente dell'autrice è anche lei stessa, essendo parte di quel mondo di parole apparentemente impalpabile e rarefatto, da cui dipende non solo economicamente ma anche socialmente, sebbene non si tratti di relazioni umane vere e profonde. Infatti, sia coloro che giudicano sia coloro che attendono con ansia una critica favorevole, sono troppo concentrati su se stessi e sulla propria persona per riuscire a costruire dei rapporti umani significativi.
    Anche al di là di quello specifico ambiente lavorativo, nella varia umanità che l'autrice incontra sul tram o sulla metropolitana o nei parchi pubblici le cose non sembrano essere meno desolate: ragazzi maleducati e chiassosi, vecchi che chiedono l'elemosina, donne intraviste attraverso le finestre servire mariti stancamente seduti davanti ai televisori…
    Nella febbricitante Milano da bere tra gli anni '80 e '90 queste immagini non sono certo il segno di una società sana e felice, quale quella che auspicavano gli uomini e le donne del '68. Alla fine era stato dunque l'individualismo a riprendersi la scena. Di qui quel senso si solitudine che serpeggia, ora in modo evidente, ora in modo sotterraneo, in tutti i racconti. Una solitudine che non occorre andare a cercare lontano, su di una montagna o in un convento, ma che permea di sé ogni momento in cui non si comunica davvero, e non solo con gli altri, ma anche con se stessi.
    Questo è anche quanto viene splendidamente evidenziato sia nella prefazione sia nella postfazione al libro da parte delle due curatrici, le quali assieme all'apprezzamento della grande professionalità di Grazia Cherchi ne sottolineano aspetti caratteriali di intransigenza, snobismo e moralismo, in parte mitigati dall'ironia.
    Del resto è proprio del critico un certo spirito caustico e sprezzante e questo è il prezzo che devono pagare tutti coloro che, in cerca di fama ed onori, aspirano a pubblicare.
    Certamente non sono passati al vaglio del giudizio di Grazia Cherchi i molti presunti narratori degli ultimi dieci-vent'anni. Tuttavia pare che anche negli anni a cui si riferisce il libro in questione, pubblicato per la prima volta nel 1986, ci fossero molti più aspiranti scrittori che lettori. Ne parla con sarcasmo e sufficienza la nostra autrice, lamentando di doversi difendere dai loro assalti e dal tedio di essere costretta a leggere pagine insulse e prive di qualsiasi valore letterario di uomini e donne che esercitano le più svariate professioni e che, ad un certo punto della loro vita, decidono di voler raccontare al mondo le proprie infanzie infelici, o scopiazzano le sceneggiature dei telefilm americani trasformandole in dialoghi assurdi ed improbabili.
    Francamente pensavo che, questa di scrivere, fosse una mania abbastanza recente. Del resto, però, cosa c'è di male a volerlo fare? In un'epoca di scolarizzazione di massa è il minimo che ci si possa attendere. E' un segno di democrazia, di uguaglianza…E meglio ancora ce lo dimostra internet con i suoi “social”…. Tanto, alla fine, ognuno sceglierà ciò che gli aggrada. Un buon romanzo lo si trova sempre. E poi non ci sono mica solo i romanzi.
    Lo scibile umano è sempre più vasto e può essere narrato nei modi più disparati e secondo i gusti e gli interessi più diversi, e così tanto nella letteratura quanto nell'arte. Siamo sommersi da oggetti, rappresentazioni, parole…   difficile che qualcosa possa ancora sorprendere e stupire, o, meglio ancora, non si fa in tempo a meravigliarsi di qualcosa che già qualcos'altro ha preso il suo posto!
    Oggi, la sola cosa che potrebbe davvero farci fare un balzo è il silenzio, un lungo profondo silenzio dal quale far emergere un poco alla volta poche ed essenziali parole, attorno alle quali costruire nuove essenziali verità, nuove vere relazioni.
    Forse è per questo che, dopo molte generazioni di aspiranti romanzieri, oggi tornano i poeti, che delle parole sanno fare un uso oculato e parsimonioso e, speriamo, più sensato.

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