PESSIMA MOSSA, MAESTRO PETROSI

PAOLO FIORELLI

È una calda mattina di giugno a Urbavia, amabile cittadina del Centro Italia che vanta una splendida basilica cinquecentesca e un'impareggiabile ricetta a base di cinghiale. L'attenzione è tutta per le battute finali del torneo di scacchi organizzato dalla locale Confraternita scacchistica. Il Grande Maestro Achille Petrosi ha già fatto la sua mossa e, rompendo il silenzio in sala con il cigolio della sua poltroncina, sta aspettando irrequieto quella dell'avversario, che a dire il vero non si è ancorapresentato. Quale imprevisto può aver trattenuto il Conte, uno dei favoriti alla vittoria? La risposta arriva poco dopo, quando l'uomo viene trovato senza vita nella sua villa, ucciso a coltellate. Turbato dalla morte del collega, Petrosi decide di indagare sull'accaduto con le poche armi che possiede: una spiccata propensione al pensiero logico, una grande curiosità e una conoscenza profonda del proprio piccolo mondo. D'altronde, ogni partita di scacchi non è forse un romanzo giallo in cui un Re viene assassinato, e bisogna capire come? Muovendosi tra la sua Urbavia e Cannes – dove a ronterà la partita della vita – tra strozzini e tra canti d'arte, Petrosi cerca, esplora, interroga (e s'interroga). Lo aiutano una mamma invadente, una studentessa russa che fa la badante ma sogna di diventare campionessa, un collega albanese che cerca fortuna in Italia. Ne emerge un quadro di invidie, gelosie e rivalità, in cui la verità sull'omicidio si rivelerà sorprendente e… paradossale.
 

La misura della felicità

Gabrielle Zevin

 
Dalla tragica morte della moglie, A.J. Fikry è diventato un uomo scontroso e irascibile, insofferente verso gli abitanti della piccola isola dove vive e stufo del suo lavoro di libraio. Disprezza i libri che vende (mentre quelli che non vende gli ricordano quanto il mondo stia cambiando in peggio) e ne ha fin sopra i capelli dei pochi clienti che gli sono rimasti, capaci solo di lamentarsi e di suggerirgli di "abbassare i prezzi". Una sera, però, tutto cambia: rientrando in libreria, A.J. trova una bambina che gironzola nel reparto dedicato all'infanzia; ha in mano un biglietto, scritto dalla madre: "Questa è Maya. Ha due anni. È molto intelligente ed è eccezionalmente loquace per la sua età. Voglio che diventi una lettrice e che cresca in mezzo ai libri. Io non posso più occuparmi di lei. Sono disperata." Seppur riluttante (e spiazzando tutti i suoi conoscenti), A.J. decide di adottarla, lasciando così che quella bambina gli sconvolga l'esistenza. Perché Maya è animata da un'insaziabile curiosità e da un'attrazione istintiva per i libri – per il loro odore, per le copertine vivaci, per quell'affascinante mosaico di parole che riempie le pagine – e, grazie a lei, A.J. non solo scoprirà la gioia di essere padre, ma riassaporerà anche il piacere di essere un libraio, trovando infine il coraggio di aprirsi a un nuovo, inatteso amore…
 
 

Vortici di gloria

Il romanzo degli Impressionisti

di Irving Stone

 
In un racconto appassionante e di avvincente realismo, Irving Stone ha ridato vita ai maggiori e minori esponenti dell’Impressionismo francese, ripercorrendo le vicende umane e artistiche di personalità d’eccezione. Al centro del libro è Camille Pissarro, il «visionario riflessivo», come fu definito, la cui vita è strettamente intrecciata a quella di Monet, Manet, Degas, Renoir, Cézanne, Sisley, Gauguin, Van Gogh, Baudelaire, Zola e quanti altri, pittori, scrittori, mercanti d’arte, popolarono la scena artistica francese nella seconda metà dell’Ottocento.Gli incontri al Café Guerbois e al Café de la Nouvelle Athène, le esposizioni ai Salons ufficiali, e ai Salons des refusés e, sullo sfondo, le vicende politiche della Francia a cavallo fra Secondo Impero e Terza Repubblica, fanno da cornice allo sviluppo di uno dei più esaltanti periodi creativi della storia dell’arte, narrato con fantasia e attenzione alla verità storica.

Alcuni passaggi dell’Incontro con Maura Maioli intervistata da Cinzia Piccoli

Vorrei cominciare la nostra intervista/presentazione dall'immagine di copertina del libro "Dalla mia casa non si vedeva il mare", abbiamo la persiana aperta su un paesaggio collinare distante coperto da una foschia molto significativa perché questo paesaggio appare quasi irreale della stessa consistenza dei sogni e/o che ci riporta al tema del libro.

Qual è il rapporto con la memoria

Il rapporto che abbiamo con la memoria è complesso.

Questo è un libro pieno di assenze e di fantasmi perché la storia di zia Dora, la storia che si svolge nel presente, questo pranzo, questo invito a pranzo è in realtà il sottile filo che lega insieme l'ondata di ricordi che unisce tutti i personaggi che popolano il romanzo.

Sono quattro nipoti, la zia, la badante, il pranzo è un modo per fare i conti, per ciascuno di questi personaggi, con vita attuale, il che vuol dire fare i conti con quello che si è lasciato alle spalle, con ciò che è risolto e con ciò che è irrisolto. Il rapporto con la memoria è un rapporto un po' complicato, da un lato perché la memoria permette di costruire la nostra esistenza, noi mettiamo insieme delle cose, le scegliamo nel costruirci la memoria e così fanno i personaggi, ciascuno seleziona le cose che vuole ricordare o che non vuole ricordare perché quello che uno mette insieme è il tessuto su cui costruisce la propria esistenza che giustifica ciò che è in quel momento.

Poi c'è il ricordo che arriva involontario e che riscatta un pezzo vero di passato anche quando questo passato si manifesta come doloroso.

Paul Auster scrive che "la memoria è l'unico luogo dove possiamo far accadere le cose una seconda volta" e quindi la memoria diventa la possibilità di ridare, per un attimo, vita a chi non c'è più, ripensare sul destino di qualcuno che si sarebbe voluto diverso e invece non è stato.

È una cosa con cui questi quattro nipoti fanno i conti in modo molto diverso. Quattro sono i nipoti e quattro sono le relazioni tra di loro e con il loro passato che va da chi sente il bisogno e il desiderio di ritrovare qualcosa cercando di ricucire, riscattare un rapporto con la madre; chi torna nella speranza di ritrovare, riscattare un pezzo del passato in particolare ritrovare la traccia della presenza del padre.

C'è chi considera il passato come morto quindi da non recuperare e c'è chi del proprio passato ha le ragioni del dolore presente e fare i conti con il passato vuol dire continuare a tenere aperta una ferita che non si è mai sanata.

Ciascuno dei personaggi ha un rapporto abbastanza complicato con la memoria e con questa casa in quanto casa della memoria di cui Dora è un po' la vestale, quella che cerca di tenere vivo il racconto e di tenere aperto un legame tra il prima e l'adesso.

La casa.

Possiamo definire la casa come un organismo vivente, le tracce del passato le porta impresse nei luoghi; è vero che la casa porta le tracce delle esistenze che l'hanno riempita ma è anche vero il contrario, nel momento in cui i corpi che l'hanno riempite non ci sono più, persone e oggetti, questi luoghi perdono di senso. Non siamo più in grado di riconoscerli come nostri.

È abbastanza normale che noi diamo importanza ad un luogo che ci ricorda un'esperienza significativa, incarna per noi una persona che è stata significativa, è vero che il luogo porta la traccia ma è anche vero che quando si torna nel luogo che aveva la traccia e quella cosa che lo riempiva non c'è più si avverte una sensazione di vuoto profondissima e talvolta anche di tradimento, di qualcosa che non ha restituito qualcosa che si cercava.

La casa di Dora è una casa collocata in un tempo di mezzo e in un luogo di mezzo. Di un tempo di mezzo perché ha raccolto la generazione che precede la generazione dei genitori che è emigrata dalla collina dopo la guerra, quindi contiene la generazione di mezzo rispetto alla generazione attuale dei nipoti. Un luogo di mezzo perché è in una città di mare ma non è il mare, la ferrovia lungo la costa taglia la zona in due parti, la marina con gli alberghi, la vita del lungomare popolato di turisti, e poi al di qua della ferrovia la periferia, una periferia in divenire, una periferia cantiere con i campi incolti e al tempo stesso edifici che spuntavano come funghi.

Questa casa è una casa di mezzo tant'è che sulla pagina iniziale si dice che sul davanti c'è un giardino che segna il riscatto di questa gente contadina e il desiderio di migliorarsi, alle spalle della casa c'è l'orto perché le radici si portano dietro. È un luogo che non è entrato ancora nella storia, la storia è il mare quello che diventerà l'economia dei grandi numeri e poi c'è il mito, quella terra contadina che rimane il luogo quasi leggendario.

Incontro 13 giugno 2017

Dora ha deciso di radunare i suoi nipoti nella vecchia casa di famiglia per un pranzo. Sta cercando di venire a patti con la sua vita e gli errori che ha commesso, risolvere alcune situazioni rimaste in sospeso.

La sua badante Dashulia, che la sta aiutando con i preparativi, non riesce a capire come mai sia così difficile riunire la famiglia attorno a un tavolo.

Per lei non ci sarebbe gioia più grande di stare con suo marito e i suoi figli. I nipoti, non senza ritrosie e ripensamenti, sono costretti a fare i conti con il ritorno alla casa della loro infanzia, trovandosi assaliti da ricordi che non sanno come affrontare, sentimenti che vorrebbero nascondersi ma che alla fine tornano a galla, e non c'è niente che possano fare per impedirlo.

Nonostante gli sforzi, sembra che alla fine Dora non riesca ad ottenere ciò che più desiderava, il pieno riscatto della memoria. Ma la sua è solo in apparenza la storia di una sconfitta, perché, come scrive Maura Maioli in un'intensa nota finale, la memoria è "l'unica cosa che possiamo opporre alla morte, il solo luogo in cui gli oggetti, i luoghi e le persone con le loro storie continuano ad agire. E lì che meticolosamente costruiamo il nostro passato per opporci alla fuga del presente. E lì, sul fondo, che qualcosa resta sempre, anche dopo la fine".

Incontro con l’Autore 21 maggio 2017

L’ultimo assedio di Roberto Bernacchia (Europa Edizioni, 2015)

Trascrizione di una parte dell’introduzione di Roberto Bernacchia, dove vengono illustrate le basi storiche sulle quali si muovono i personaggi e alle quali si ispira la trama del romanzo.

Avete mai provato ad immaginare di andare indietro nel tempo per cercare di cambiare il corso degli eventi? Io l’ho fatto fin da piccolo e forse qualcuno dirà che si tratta di un esercizio un po’ infantile; questo vizio comunque mi è rimasto.

Sappiamo d’altra parte che tornare indietro è impossibile. Così sono andato avanti, cercando di immaginare un mondo sconvolto da una catastrofe di dimensioni planetarie. Qualcuno potrebbe pensare che sono stato troppo drastico, apocalittico: ‘apocalittico’ non è proprio esatto, poiché mi sono tenuto al criterio della verosimiglianza. Quello che immagino è qualcosa che potrebbe accadere (senza voler spaventare). Forse in qualche parte del mondo è già accaduto o sta accadendo qualcosa di analogo. Se pensiamo a certi scenari di guerra, di sconvolgimenti, come la Siria, l’Afghanistan, la Somalia ecc. , ci accorgiamo che non si tratta solo di materia romanzesca; se poi poteste interrogare qualcuno scampato all’assedio di Aleppo e gli raccontaste, in sintesi, la vicenda contenuta in questo libro, questo signore potrebbe pensare che quello che ho scritto nel libro è un po’ all’acqua di rose rispetto alla realtà che lui ha vissuto sulla sua pelle.

Ho cominciato a scrivere questo libro nel 2007, cioè nel momento in cui scoppiava la crisi finanziaria che poi l’anno successivo avrebbe dato il via alla crisi economica mondiale.

È da un pezzo che sto pensando che questo sistema economico, sociale, politico, imperniato sul cosiddetto primato dell’Occidente, non potrà essere eterno. Dunque, sono giunto alla conclusione che la nostra civiltà non può durare in eterno. Pensare il contrario non sarebbe scientifico: anche questa civiltà purtroppo (anzi no, è giusto così) avrà termine.

Ho cercato di raccontare come una piccola città periferica del mondo reagisce alle mutate condizioni imposte da questa catastrofe mondiale. Questa reagisce cercando di approntare nuove forme di organizzazione sociale, nuove ma in realtà si tratta di vecchie forme: per esempio si ridà slancio al settore primario dell’economia, l’agricoltura, la coltivazione dei campi e, soprattutto, alla pianificazione dello sfruttamento del suolo. Si ripristina la proprietà collettiva della terra. Questa istituzione ha una lunga storia: anche nelle fasi protostoriche dell’Italia preromana esistevano delle comunità che possedevano delle terre comuni, soprattutto delle foreste, dei pascoli. Questo regime collettivo resiste anche alla romanizzazione e poi riemerge nel Medioevo grazie all’apporto delle popolazioni barbariche. La sua storia è più lunga di quella della proprietà privata.

Un altro settore che viene ripristinato è quello dell’artigianato manifatturiero, preindustriale. Come la produzione agricola, la comunità doveva produrre tutto quanto era necessario per potersi mantenere, perché da fuori non veniva più niente. In una situazione del genere si recupera tutta una tradizione, la conoscenza del “saper fare”, saper produrre un arnese, uno strumento della vita quotidiana. In tale contesto la moneta non ha più ragione di esistere, perché ognuno lavora per sé e per gli altri, per cui gli scambi avvengono senza bisogno dell’intermediazione della moneta; alla fin fine c’è un ritorno all’economia naturale.

Qualcuno potrebbe dire che tutto ciò è bello, idilliaco. La gente riscopre il valore della comunità, della solidarietà, della coesione sociale; l’egoismo viene messo un po’ da parte. Ma, ad un certo punto, contro questa comunità si scatena un’orda selvaggia, una banda di predatori che vanno in giro a rapinare.

Anche l’economia di rapina ha una lunga storia dietro di sé: tutti i grandi imperi hanno messo in atto un’economia di rapina. Un esempio banale: anche l’impero romano rapinava le risorse delle popolazioni che riusciva a sottomettere; finché ci sono state guerre di conquista l’impero ha prosperato, quando queste sono cessate l’impero è decaduto.

E un po’ tutti gli altri imperi sono vissuti di rapina, tanto è vero che s. Agostino nel “De civitate Dei” scrive che “togliendo la giustizia, che cosa sono i regni se non grandi ladrocini e che cosa sono i ladrocini se non piccoli regni?”. Poi riporta l’episodio del pirata che viene catturato dalla flotta di Alessandro Magno e viene condotto di fronte all’imperatore che, come suprema autorità giurisdizionale, lo interroga. Ma costui ad un certo punto gli dice: “Io e te facciamo la stessa cosa, solo che tu lo fai con una grande flotta e sei chiamato imperatore, mentre io lo faccio con un piccolo naviglio e sono chiamato pirata”. Questo per dire che s. Agostino non ha voluto delegittimare lo stato, però ha anche detto che se lo stato non si basa sulla giustizia, sulle leggi, al di sopra delle quali non ci dovrebbe essere nessuno, allora diventa illegittimo.

Una possibile obiezione al mio romanzo è che io tratteggio una linea troppo netta tra il bene e il male. Forse è vero, ma mi sembrava importante fare questo in un’epoca di imperante relativismo. Credo nella verità, nel bene, e purtroppo credo pure che esiste il male. Se questa linea di demarcazione può sembrare molto netta, faccio osservare che i buoni non sono tutti uguali, nel senso che ci sono buoni che non sanno guardare la realtà così com’è e, anche se lo fanno, non hanno il coraggio di andare controcorrente. Purtroppo può capitare che la maggioranza dei buoni assecondi il male, non reagisce, ritiene che andare contro il male sia un compito che non gli compete o che sia una impresa troppo grande per loro, per degli uomini comuni.

Altri punti interessanti

Una cosa curiosa, si fa per dire, è che quella del 1517 fu guerra tra italiani, anche se fu combattuta con un supporto sostanziale di mercenari stranieri. Poteva capitare che una persona combattesse contro un amico, addirittura contro un parente. A proposito di questo possiamo descrivere una situazione realmente accaduta nell’assedio e nel sacco di Mondolfo di 500 anni fa.

Un tedesco esce fuori dalla rocca portando il piccolo Filippo Giraldi (aveva 8 anni all’epoca dell’assedio, diventò poi un cronista di questo ed altri eventi) sulle spalle a “mo’ di capretta”, incontra il capitano italiano Orsino Orsini, che era un amico di famiglia dei Giraldi, il quale riconosce il bambino e gli fa delle carezze e dice al tedesco: “Lascia questo putto che è uno dei nostri”, quello gli risponde un po’ in tedesco e un po’ in italiano che non intendeva lasciarlo cercando di proseguire il suo cammino. Il capitano gli ripete l’ordine e il tedesco mette mano alla spada, allora un soldato dell’Orsini gli trapassa il petto con l’alabarda e butta il cadavere nel fossato della rocca e libera il bambino.

In situazioni come questa i bambini venivano catturati perché era un il modo più facile per convincere i genitori a sborsare il riscatto o a rivelare dove tenevano il tesoretto di famiglia. Guarda caso, nell’esempio sopra descritto vennero catturati i rampolli di una famiglia facoltosa (oltre a Filippo, suo fratello Girolamo, catturato da un soldato spagnolo e poi riscattato dal cardinal legato, ossia dal comandante del campo), come se sapessero esattamente chi prendere (lo spionaggio durante questa guerra, e non solo, ha avuto un’importanza fondamentale).

Ad un certo punto Roberto chiede a Valeria, autrice di un bel commento sul libro: affermi che il personaggio femminile principale ricorda un po’ la Beatrice di Dante, come ti è venuta questa idea?

Valeria: Perché è una cosa romantica, una creatura molto ideale.

È la stessa idea che ho avuto io; ho cominciato a tratteggiare questo personaggio senza pensare a Dante. Ma alla fine, ripensandoci, ho capito che era venuto fuori un personaggio che più o meno aveva la stessa funzione di Beatrice, cioè di colei che guida in qualche modo il protagonista, che dà dei consigli, una persona che capisce più degli altri, forse in certi casi vede più chiaro di Ruben, anche perché è stata fuori, ha visto com’è il mondo, può confermargli una certa conoscenza, certe notizie. Comprende in anticipo quale sarà lo svolgimento successivo, gli dice; “guarda, quando comincerà a scorrere il sangue, questa unione di intenti verrà messa a dura prova”, come poi è puntualmente avvenuto.

Venerdì 12 ore 21 – L’ultimo assedio

L'ultimo assedio di Roberto Bernacchia. Il libro sarà presentato venerdì 12 ore 21 presso la Sala Consiliare del Comune di Monte Porzio

 

Incontro con l’Autore 12 maggio 2017

Incontro 2 maggio 2017

Un racconto proiettato nel futuro e, nello stesso tempo, una retrospettiva storica. Il futuro immaginato è quello di un mondo sconvolto da catastrofi di proporzioni planetarie, un mondo dove il regresso della civiltà umana e il peggioramento generalizzato delle condizioni di vita costringono gli uomini a cercare nuove (o vecchie) forme di resistenza, di sopravvivenza e di organizzazione della vita associata. Una piccola città viene assediata da un esercito di predatori, al quale danno sostegno alcuni traditori del luogo. Il fatto cade nel corso di un anno, il 2017, in cui ricorre il quinto centenario dell'ultimo assedio subito dalla città nella sua storia passata. Così gli eventi vissuti dai protagonisti e quelli da loro rievocati si intrecciano in una sequela analogica a volte apparentemente casuale, altre volte tuttavia coscientemente programmata. Tra i difensori della città emergono i due protagonisti, che in passato, anteriormente alla catastrofe, avevano condotto ricerche storiche sul territorio. Ai due si aggiungerà una singolare figura femminile. Essi si ritrovano così a vivere in prima persona vicende che avevano cercato di ricostruire. Pur tuttavia rimane desta in loro la coscienza di vivere un terribile presente, nel quale si sentono impegnati ad impedire un esito dell'assedio diverso da quello precedente e a salvaguardare per un futuro quanto mai oscuro la memoria storica della comunità, della loro vita e dei fatti di cui sono stati spettatori attivi.

Incontro GdL – 11 aprile 2017

Il matrimonio degli opposti” (Neri Pozza, 2016, titolo originale The Marriage of Opposites, traduzione di Laura Prandino) è il nuovo libro dell’autrice statunitense, nata a New York nel 1951, Alice Hoffman che ricostruisce l’incontro tra i genitori di Jacob Abraham Camille Pissarro (Charlotte Amalie, 10 luglio 1830 – Parigi, 13 novembre 1903) pittore francese, tra i maggiori esponenti dell’Impressionismo, sullo sfondo delle allora Antille danesi che sarebbero divenute poi, nel 1917, Isole Vergini americane.

A Charlotte Amalie capitale dell’isola di St. Thomas

“le notti erano nere come la pece e l’aria greve e stagnante, perfette per sognare”

Il caldo, le zanzare e i pipistrelli erano il nucleo centrale dell’esistenza degli abitanti del luogo, alla piccola Rachel Pomié, non restava altro che sognare un altro Paese, quello dei nonni paterni, dove le donne erano abbigliate in seta nera e crinoline che frusciavano a ogni passo. Gli avi di Rachel erano arrivati nel Nuovo Mondo dalla Francia portandosi appresso una piantina di melo a ricordo dei frutteti che avevano posseduto. La ricerca della libertà aveva condotto i Pomié prima in Spagna, poi in Portogallo e quindi a Bordeaux, nell’unica regione francese che a quell’epoca ammettesse la religione ebraica. Ma qui la libertà era stata di breve durata,

“la nostra gente venne incarcerata, poi uccisa e bruciata”

perciò via di nuovo varcando l’oceano alla volta del Messico e del Brasile. Ma l’Inquisizione aveva seguito gli ebrei in fuga anche oltre oceano, il nonno di Rachel era finito nell’isola di Saint Domingue, dove erano cresciuti entrambi i genitori della ragazzina. Nel 1754 quando il re di Danimarca aveva emesso un editto in base al quale tutti gli uomini erano liberi di praticare la loro religione sull’isola di Saint Thomas, Monsieur Moses Pomié insieme alla sua giovane moglie si era stabilito nell’isola delle tartarughe definita da Cristoforo Colombo “Paradiso in terra”, dove nel 1795 era nata Rachel. Spirito selvaggio, “di rado facevo come mi si diceva”, Rachel era cresciuta in questo granello di terra che galleggiava su di un mare turchese, avendo come compagnia Jestine, la figlia creola della cuoca Adelle, e il cugino orfano Aaron Rodrigues. A Rachel piaceva scrivere storie e leggere libri nella vasta biblioteca paterna, dove aveva imparato la “storia complicata” dell’isola nella quale la Compagnia danese delle Indie occidentali aveva fondato una società basata essenzialmente sul commercio. Quando gli affari di Monsieur Pomié avevano iniziato ad andare male, l’uomo aveva convinto la figlia a sposare l’anziano commerciante Isaac Petit, un ebreo francese di discendenza marrana

“di quasi trent’anni più di me, padre di tre figli, dei quali una bambina che non aveva ancora un anno”

il quale ancora piangeva la scomparsa dell’amata moglie Esther, morta di febbre puerperale. Gli anni erano passati, Rachel e Isaac avevano avuto tre figli, un maschio e due femmine, all’improvviso nel 1824 Petit era morto in seguito a un attacco di cuore. Considerato che allora alle donne non era concesso di possedere beni terreni, Madame Petit era stata messa da parte a favore di un parente maschio che viveva in Francia, del quale finora nessuno ne aveva mai sentito parlare e che nessuno aveva mai conosciuto. “Un estraneo avrebbe deciso il nostro destino”, quell’estraneo si chiamava Frédéric Pizzarro, che stava per lasciare la Francia da studente giovane e ingenuo per andare incontro al suo destino e all’amore.

“Se trovi la felicità, afferrala. Non la ritroverai un’altra volta. La riconoscerai a prima vista”.

Con suggestioni che rimandano alla letteratura di Gabriel Garcia Marquez, l’autrice descrive con toni brillanti e suggestivi una figura di donna singolare e affascinante morta a 94 anni di età e una grande storia d’amore avente come sfondo uno scenario da favola che nasconde insidie e profonde ingiustizie. Nella Postfazione Alice Hoffman sottolinea come gli anni dell’infanzia e della scuola trascorsi con braccianti e figli di schiavi, contribuirono alle scelte personali e alla formazione politica di Camille Pissarro (l’artista adottò il proprio cognome alla grafia francese nel 1882). Uno dei più grandi pittori del XX Secolo si considerava un ateo e un anarchico e visse la propria vita da artista e lavoratore, un outsider che si lasciava definire soltanto dalla sua arte. Pissarro non tornò mai più nelle Indie Occidentali, ma l’isola di St. Thomas e la sua gente

“influenzarono la sua pittura, la sua filosofia e la sua intera esistenza”.

Incontro GdL – 21 febbraio 2017

Catrijn, venticinque anni, vive in una fattoria nella campagna di Alkmaar. È infelicemente sposata con Govert, uomo alcolizzato e violento, che però la lascia ben presto vedova. Alla morte del marito Catrijn decide di cercare fortuna in città, ad Amsterdam, dove va a servizio in una famiglia che la accoglie con rispetto. La padrona di casa prende lezioni di pittura alle quali Catrijn assiste per farle compagnia, e per lei sono momenti di pura felicità. La pittura è la sua vera passione, anche se il suo ceto difficilmente le permetterà di dedicarsi all'arte. Ma il destino ha in serbo molte novità; costretta a lasciare Amsterdam a causa di nuove catastrofi, si reca a Delft dove trova lavoro in una fabbrica di ceramica come decoratrice. È una grande e inaspettata gioia per lei potersi dedicare ai colori, alla pittura, alle figure…

Commento

Scritto da GIULIA
il 24 novembre 2016

Simone Van Der Vlugt ambienta questo romanzo nell'Olanda del Secolo d'Oro, dove cultura e arte fioriscono e crescono vertiginosamente grazie ad artisti del calibro di Veermer e Rembrandt e studiosi come Spinoza. Proprio in questa cornice viene ambientata la storia di Catrijn, una donna rimasta vedova che vede nella sua situazione una possibilità di riscatto ma soprattutto l'occasione per seguire i suoi sogni. Sarà proprio questo fermento culturale a spingere non solo la protagonista ma anche tante altre donne a cercare fortuna in città e a decidere di plasmare da sole il proprio destino.

 

24 marzo 2017 – Incontro con l’autore

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