Archive for the ‘GDL’ Category

Gruppo di Lettura – 5 luglio 2022

 

Ci vogliono i superpoteri per riuscire a stare insieme a lungo e sopravvivere alla “mission impossible” del tempo che passa?
C’è chi risponde di sì, e chi mente.
Ci vogliono.

Pezzi di noi sparsi nel tempo

E per raccontarci come e quali, Genovese ci strapazza in un andirivieni frenetico che copre l’arco di un ventennio.
Ci spostiamo insieme ad Anna e Marco (omaggio?) saltando tra i fotogrammi sparpagliati della loro vita (e del loro amore), e anche se inizialmente questi continui salti temporali possono sembrare faticosi, spiazzanti, io li ho trovati belli e poetici, perché, a pensarci bene, la vita stessa è così… un tenere insieme i pezzi, recuperare sempre qualcosa che è rimasto indietro, persone, luoghi, pensieri, proseguire e poi fermarsi, guardarsi intorno, chiedersi dove si è arrivati, in che modo, con chi, e poi andare avanti… proiettarsi in un futuro che è solo un’illusione, una convenzione matematica, per poi tornare indietro, riguardare il percorso, studiarne i dettagli, cercare le cause che hanno determinato i fatti e perdersi nel caos del tempo.

Ma quale tempo?

Il tempo che è già trascorso? Quello che rimane? Quello che stiamo vivendo in questo preciso istante?
Il tempo che, secondo la fisica, non esiste: nel momento stesso in cui accade è già passato…

“Il tempo è solo la realtà nella quale pensiamo”.
La verità però è che il tempo esiste eccome, e te ne rendi conto soprattutto quando rischi di non averne più.

La vita di una coppia non si può studiare, non si piega a nessuna regola o formula matematica, né tantomeno si potrà mai prevedere quali urti dovrà subire, quali deviazioni o metamorfosi.
Non conosceremo mai in anticipo di quali e quanti silenzi si nutrirà.
Perché ci saranno, ci sono sempre.
Di noia.
Di routine.
Di calma.
Di complicità.
Di stupore.
Di sospensione.
Di assenza.

“Il silenzio è silenzio, ovunque e in ogni tempo. Ma come cambia di significato se lo associ a un amore vivo o a un amore stanco.”

In fondo questo libro parla di tutti noi, di quanto siamo infinitamente piccoli nell’immenso ingranaggio della vita, di quanto abbiamo bisogno di qualcuno diverso da noi per poterci salvare (“avevo bisogno della sua pazzia per non impazzire io”), salvare dalle nostre ossessioni, dal nostro passato irrisolto, da legami famigliari tossici, ci mostra come sia difficile, ma non impossibile, essere felici nonostante tutti gli errori, le missioni fallite, i cortocircuiti emotivi.
Che poi…”essere felici”… se è vero che “la felicità ha un’origine ma nessun approdo. Tende a svanire e a riformarsi, come un’onda sulla battigia”, allora meglio non fare troppi programmi, lasciarsi andare e vivere un po’ come Anna: prendiamo gli attimi che ci sono concessi, mettiamoli in fila e proviamo a chiamarli “vita”.

Questo libro parla di noi, sì, supereroi senza mantello che, a differenza di quelli disegnati, a volte perdiamo… ma non smettiamo mai di lottare.

P.s.1: io mi sono commossa, anzi no…ho proprio pianto. 
P.s.2: guardate il film!!!

Antonella Russi

  

Incontro con l’autore – 10 giugno 2022

Segue intervista fatta durante l'incontro.

INTERVISTA

Presentati per farti conoscere ai presenti

Io non so chi sono io. Sono uno che è capitato da queste parti al seguito della famiglia quando avevo 17 anni ho fatto l’ultimo anno di liceo qui a Fano poi sono andato via per diversi anni. Lavoro a Pesaro. Per diletto scrivo, ho scritto parecchi libri, mi piace molto scrivere. per un periodo ho fatto teatro Cabaret, ho scritto parecchio per il teatro, negli ultimi anni mi sono dedicato più alla narrativa romanzi e raccolta di racconti.

Esperienze

Finito il liceo avevo bisogno di andare a lavorare, ho fatto per diversi anni l'operaio e poi ho cominciato a fare il programmatore, sono andato all'estero per la "cooperazione allo sviluppo", allora si chiamava così, sono stato più di cinque anni in Nicaragua nel periodo chi ci fu la rivoluzione sandinista, ho anche assistito alla fine della rivoluzione. In quel periodo ho scritto "17 differenti tonalità di verde", ebbi l'onore di essere presentato da Paolo Volponi. Il libro piacque molto. Dopo non ho scritto più niente per molti anni. Sono tornato nel '92 nel momento di tangentopoli, nei giorni di Falcone e Borsellino, ho ritrovato un paese abbastanza disastrato e sono ripartito sempre partecipando alla cooperazione internazionale ma fu tutto azzerato. Per un anno sono rimasto senza lavoro. dopo mi sono avvicinato alla cooperazione sociale, ho cominciato a lavorare nel campo informatico legato all'handicap con progetti nuovi sperimentali europei. Mi sono dedicato quasi subito nella cooperazione sociale, dove lavorano persone o disabili o pazienti psichiatrici o alcolisti o tossici dipendenti o detenuti.
Sono quasi trenta anni che lavoro in questo ambito. Ora sono presidente di una cooperativa di Pesaro abbastanza grande Lavoro con persone che hanno diversi tipi di disagio e con persone a cui piace stare in contatto con queste persone che a volte sono più disagiate di quelle che hanno una diagnosi certificata.
Nei miei libri questa realtà viene fuori molto spesso.

Com'è nata l'idea di questo libro, parlare di un amministratore di sostegno

L'amm. di sostegno sta diventando sempre più importante soprattutto per gli anziani, la mia esperienza è legata soprattutto a questa figura che viene assegnata a persone disabili, persone che non sono in grado di badare a sé stessi dal punto di vista economico. Riguarda anche persone che non hanno disabilità, per esempio nel libro c'è una persona "ludopatica" che i soldi se li gioca.
Molte persone con cui lavoravo a Pesaro avevano un amm. di sostegno, sempre la stessa persona che ad un certo punto ha avuto un malore, ora si è risolto tutto positivamente. Le persone che gestiva da un giorno all'altro si sono trovate senza soldi e non sapevano come fare. Si era creata una situazione di panico.
Nella trama ho inserito molte storie tratte dalla vita reale che incontro ogni giorno nel mio lavoro. il libro è scritto in prima persona al femminile, questo mi ha molto divertito. Questa donna che per lavoro si occupa di trovare lavoro alle persone seguite dall'amm. di sostegno (che poi sono i principali indiziati) dopo aver scoperto il cadavere non si fida della polizia e decide svolgere da sola le indagini pensando di tutelarle e si mette in situazioni al limite. Questa è una cosa tipica di queste persone che cercano di fare molto di più del loro compito. Questo libro l'ho ambientato in Ancona, è un tentativo di uscire dal guscio, dall'autobiografico (abito a Fano). Ancona è una città che conosco bene, ci sono dentro storie della famiglia di mia madre, in particolare la storia di un partigiano cugino di mia madre. La città di Ancona mi piace molto, la frequentavo da giovane durante le vacanze che passavo da mia nonna.

 

Incontro con l’autore

3 maggio 2022 – libro in lettura

"Ci sono guerre che non hanno tregua, eroi senza fanfare. Caterina è una di questi: una veterana di diciassette anni, che comincia la lotta ogni mattina, entrando nella tortura dei vestiti. Perché Caterina è obesa, e l'unica normalità che conosce è tra le mura di casa, in una famiglia di obesi. La sua identità scompare a contatto con il resto del mondo, perché fuori l'unico modo di sopravvivere è diventare Cate, la supereroina ferocemente autoironica il cui potere è quello di "essere il paragone che salva": nessuna è più brutta, più grassa o più sola di lei. Caterina va a testa alta per il mondo ostile: attraversa le selve dei soprannomi, si veste del desiderio di essere invisibile, rifiuta la pietà degli altri. Il suo posto nel mondo è gravato dalla sproporzione, ma la sua scialuppa di salvataggio è l'intelligenza, la sua arma il sarcasmo con cui anticipa su di sé il giudizio degli altri per anestetizzarlo prima che colpisca duro. Matteo Cellini entra a gamba tesa nella vita di Caterina, e senza sconti ci racconta la sua guerra. Lo fa talmente bene che non è la pietà per Cate quella che ci rimane, ma è il rispetto. Rispetto per questa eroina condannata al fuori misura, e rispetto per un autore che la misura – letteraria – invece la conosce bene, con un racconto durissimo e lieve, implosivamente normale e ferocissimamente pieno di tenerezza." (Alessandra Casella)

Incontro gruppo di lettura – martedì 29 marzo 2022


“Le storie sono storie, come ti arrivano così le devi raccontare.”

Quseto è il romanzo del cuore, quello che lo scrittore ha conservato per dieci anni prima di donarlo ai suoi lettori perché, parafrasando le sue parole, “le storie mica ti chiedono il permesso”.

Maurizio De Giovanni torna in libreria e lo fa con una storia d’amore, un amore diverso che vede protagonisti un nonno e un nipotino. Un dialogo non dialogo che contiene all’interno una forma d’amore che non si manifesta con gesti affettuosi ma attraverso la logica razionale dei numeri e della matematica.

Dopo la morte dell’adorata moglie Maddalena, Massimo De Gaudio, professore di matematica in pensione, trascorre le sue giornate a Solchiaro, un’isola del golfo di Napoli, nella casa che era stata luogo di villeggiatura quando la moglie era ancora viva e la figlia Cristina viveva ancora con loro. Taciturno e poco loquace, il professore vive una vita appartata confortato dalle sue abitudini e da una routine che comprende la pesca nei mesi estivi. La figlia si è trasferita al nord dopo il matrimonio con un ricco imprenditore padano. Massimo non la vede spesso, solo nei mesi estivi quando Cristina in compagnia del figlioletto Francesco, detto Checco, torna nell’isola per le vacanze. Massimo non è mai stato espansivo nemmeno col nipotino, suo muto compagno di pesca, non lo ha mai preso in braccio, non ha mai costruito con lui un rapporto solido fatto di baci e tenerezza, ma Checco lo adora, ama quell’uomo silenzioso che pesca in sua compagnia. Ma una fredda sera invernale il professore riceve una telefonata: la figlia è rimasta vittima di un incidente stradale e insieme al marito Luca ha perso la vita mentre Checco, che era in macchina con loro, sta lottando tra la vita e la morte. Come si reagisce ad una notizia del genere? Non certo come fa Massimo che trema all’idea di lasciare l’isola. Non prova dolore per la morte della figlia, ma un freddo distacco. Andare al nord per i funerali e per capire come sta Checco è solo una incombenza, qualcosa da fare per poi tornare a casa. Ma è veramente così? Ci si può davvero distaccare dal proprio sangue, avere un atteggiamento freddo e controllato?

“Si chiese per quale motivo non provasse dolore. Si chiese perché non fosse straziato, distrutto. Si chiese perché l’emozione più chiara che sentiva dentro fosse il fastidio di dover andare dove stava andando, di separarsi dalla sua quotidianità blindata.”

Massimo riesce perfino a dormire la sera prima del funerale della figlia. Deve sentirsi in colpa per questo? E il nipotino? In un primo momento vorrebbe perfino staccare la spina alle macchine che lo tengono in vita. Il risveglio dal coma significa comunicare al nipote che è rimasto solo al mondo. E lui vorrebbe evitare d’infliggere a Checco altro dolore, ma poi comincia a parlare con lui, parla ad un bambino quasi sconosciuto che non sa nemmeno se può ascoltarlo dal suo sonno indotto. No, non può davvero tornare alla sua isola, non può abbandonare il nipote che è anche l’unico erede di una fortuna. Ci sono decisioni da prendere, un mistero da svelare e poi c’è la matematica, il porto sicuro di Massimo, legante di un rapporto che è in itinere.

“Ciao, signore. Mi hanno detto che devo parlarti, e io ci provo. Credo di essere la persona meno adatta, perché normalmente io non parlo mai; non perché io stia sempre solo… Sto intere giornate senza parlare, sai, signore. A volte nemmeno ci faccio caso, seguo i miei pensieri, ripercorro teorie, faccio calcoli, cose che possono sembrare strane, ma che per me sono una specie di casa solo mia.”

Una domanda è rimasta impressa nella mia testa durante la lettura de L’equazione del cuore: dobbiamo amare i nostri cari perché nelle nostre vene scorre lo stesso sangue? Dobbiamo lasciare che il senso di colpa ci consumi, se non riusciamo ad essere all’altezza delle aspettative altrui?

22 febbraio 2022 – Incontro gruppo di lettura

Un nome e un cognome: Oliva Denaro.

Occhi come foglioline, labbra a cuore e sopracciglia folte. È bella, e ancora non lo sa.

Una bambina alla fine dell’infanzia, poco prima dell’arrivo del “marchese“. Non lo preferirebbe, Oliva, il sangue. Vorrebbe restare per sempre piccola, perché lo sa che “le donne sono come le brocche: chi le rompe, se le piglia”. O, almeno, così dice sua madre.

Ma non si può evitare. E così, appena diventa “signorina”, Oliva sta come sotto una tettoia durante un temporale: “Non mi allontano per non bagnarmi”. Cerca di non macchiarsi, di non farsi notare, di comportarsi come si deve. Contro la paura e contro le difficoltà ha un antidoto: correre forte e salmodiare in latino.

Leggere, studiare e fare la brava. La sua è una vita antica, semplice, contadina, scandita da leggi patriarcali e dal pudore dall’educazione cattolica – il rosario sgranato, i misteri dolorosi, Cristo pietà. Una vita come tante, simile a quella di tutte le bambine e le ragazze e le donne del piccolo paesino di Martorana, una vita che, però, viene resa speciale dalle parole.

A Olivia Denaro piacciono molto le parole, specialmente quelle più difficili, quelle che nessuno conosce. Perché la parola, come la cultura, “salva e porta lontano”. Eppure non basta questo a tenerla al sicuro, a evitare che succeda l’irreparabile – “le donne sono come le brocche” -, a comprometterla, facendola finire in mille pezzi.

Non basta perché niente basterebbe a scardinare un sistema maschilista, in cui le donne, anche quando sono vittime, vengono considerate complici, consenzienti, colpevoli.

GdL incontro martedì 25 gennaio 2022

Il romanzo nasce da un ritrovamento di un vecchio racconto di un Gesù in croce che accusava Maria, la madre, ai suoi piedi sul Golgota, di averlo ridotto in quello stato. In quel racconto veniva fuori la tragicità della figura di Maria, che con l’Annunciazione sapeva che suo figlio avrebbe subito un martirio.  Ritrovando quello scritto in cui Gesù parlava in prima persona, l’autore ha immaginato di raccontare la vita di Gesù dai tredici ai trent’anni, che non è raccontata nei Vangeli. 

Ho tentato di inventare una versione di Gesù legata ad un’adolescenza malinconica, nostalgica di un ragazzo a cui viene meno il padre. 

A tredici anni Maria e Giuseppe dimenticano Gesù nel tempio e solo dopo tre giorni si accorgono di averlo perso. Nel racconto di Calaciura, Giuseppe abbandona la famiglia e Gesù quattordicenne decide di scappare di casa per cercarlo. Da quel momento inizia un’avventura da letteratura per ragazzi, fino che l’ennesimo tradimento affettivo lo spinge a tornare dalla madre.

Io penso che quella di Gesù sia veramente la più importante rivoluzione nella storia dell’uomo, una rivoluzione incompiuta.

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Il dato più rilevante è la piena umanizzazione del protagonista, che nel libro di Calaciura non solo non ha alcunché di divino, ma a un certo punto dichiara di non credere più in Dio («Dio deve essere un bambino ricco e capriccioso. Gioca a farci soffrire»). La travagliata formazione di Gesù è segnata dall’improvvisa e apparentemente immotivata sparizione di Giuseppe: donde l’interrogativo, più volte ripetuto, «Padre, perché mi hai abbandonato?», clamorosa anticipazione del passo più drammatico dei Vangeli di Marco (15, 34) e Matteo (27, 46).

 

21 dicembre – ultimo incontro dell’anno

Non aver paura di ascoltare il rumore della felicità. «Sai perché mi scrivo sul braccio tutti i giorni quelle parole, "la felicità è una cosa che cade"? Per ricordarmi sempre che la maggior parte della bellezza del mondo se ne sta lì, nascosta lì: nelle cose che cadono, nelle cose che nessuno nota, nelle cose che tutti buttano via». Il suo nome esprime allegria, invece agli occhi degli altri Gioia non potrebbe essere più diversa. A diciassette anni, a scuola si sente come un'estranea per i suoi compagni. Perché lei non è come loro. Non le interessano le mode, l'appartenere a un gruppo, le feste. Ma ha una passione speciale che la rende felice: collezionare parole intraducibili di tutte le lingue del mondo, come cwtch, che in gallese indica non un semplice abbraccio, ma un abbraccio affettuoso che diventa un luogo sicuro. Gioia non ne hai mai parlato con nessuno. Nessuno potrebbe capire. Fino a quando una notte, in fuga dall'ennesima lite dei genitori, incontra un ragazzo che dice di chiamarsi Lo. Nascosto dal cappuccio della felpa, gioca da solo a freccette in un bar chiuso. A mano a mano che i due chiacchierano, Gioia, per la prima volta, sente che qualcuno è in grado di comprendere il suo mondo. Per la prima volta non è sola. E quando i loro incontri diventano più attesi e intensi, l'amore scoppia senza preavviso. Senza che Gioia abbia il tempo di dare un nome a quella strana sensazione che prova. Ma la felicità a volte può durare un solo attimo. Lo scompare, e Gioia non sa dove cercarlo. Perché Lo nasconde un segreto. Un segreto che solamente lei può scoprire. Solamente Gioia può capire gli indizi che lui ha lasciato. E per seguirli deve imparare che il verbo amare è una parola che racchiude mille e mille significati diversi.

GdL-le parole – Incontro 16 novembre

"Racconta, non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi"

Per non dimenticare e per non far dimenticare, Edith Bruck, a sessant'anni dal suo primo libro, sorvola sulle ali della memoria eterna i propri passi, scalza e felice con poco come durante l'infanzia, con zoccoli di legno per le quattro stagioni, sul suolo della Polonia di Auschwitz e nella Germania seminata di campi di concentramento. Miracolosamente sopravvissuta con il sostegno della sorella più grande Judit, ricomincia l'odissea. Il tentativo di vivere, ma dove, come, con chi? Dietro di sé vite bruciate, comprese quelle dei genitori, davanti a sé macerie reali ed emotive. Il mondo le appare estraneo, l'accoglienza e l'ascolto pari a zero, e decide di fuggire verso un altrove. Che fare con la propria salvezza? Bruck racconta la sensazione di estraneità rispetto ai suoi stessi familiari che non hanno fatto esperienza del lager, il tentativo di insediarsi in Israele e lì di inventarsi una vita tutta nuova, le fughe, le tournée in giro per l'Europa al seguito di un corpo di ballo composto di esuli, l'approdo in Italia e la direzione di un centro estetico frequentato dalla "Roma bene" degli anni Cinquanta, infine l'incontro fondamentale con il compagno di una vita, il poeta e regista Nelo Risi, un sodalizio artistico e sentimentale che durerà oltre sessant'anni. Fino a giungere all'oggi, a una serie di riflessioni preziosissime sui pericoli dell'attuale ondata xenofoba, e a una spiazzante lettera finale a Dio, in cui Bruck mostra senza reticenze i suoi dubbi, le sue speranze e il suo desiderio ancora intatto di tramandare alle generazioni future un capitolo di storia del Novecento da raccontare ancora e ancora.

Gruppo di lettura – le parole incontro 26 ottobre 2021

La storia inizia con un grande flashback che riporta Mia ai suoi dodicenni, a quella sera piovosa in cui il padre portò a casa sua uno strano ragazzo taciturno.

Un ragazzo che la famiglia ha preso in affido ma di cui non si sa nulla perché non parla.

Mia decide di chiamarlo Fede e instaura con lui un rapporto segreto. Gli insegna l’italiano e diventa l’unica persona con cui il ragazzo parla.

La gente da prima affascinata dalla bellezza del ragazzo inizia ben presto a guardarlo con timore, a vociferare, fino a quando una notte il padre di Mia entra nella loro stanza e porta via Fede per sempre.

Che cosa è successo? Perché Fede se n’è andato? Come mai il ragazzo più speciale che Mia abbia conosciuto è stato allontanato da lei?

I suoi genitori non rispondono a queste domande, l’unica persona che cerca di aiutare Mia a trovare le risposte è Margherita, la sua maestra delle elementari che è diventata anche la sua migliore amica.

_____ commento (www.ascoltandolefigure.it) _____

Ho letto questo libro tutto d’un fiato (letteralmente visto che l’ho iniziato e finito in una notte) non tanto per gli avvenimenti che sono facilmente intuibili, ma per quel senso di empatia che emana e che ti fa subito sentire affianco di Mia nel guardare quelle foto, sentiamo i suoi pensieri, le sue paure, il suo straniamento, la sua sofferenza.

È un libro molto potente di cui ho apprezzato anche il fatto che Galiano abbia giocato a carte scoperte.

È vero la protagonista è una donna, ma le caratteristiche che ci piacciono tanto del professore le riscontriamo subito e mentre leggiamo proprio queste caratteristiche diventano ancora più parte del personaggio e ci rendono Mia molto simpatica.

Mi piacerebbe spiegarvi meglio cosa intendo, ma vi spoilererei troppe cose quindi lascio a voi scoprirlo.

Il personaggio più straordinario di tutti però è Margherita, l’anziana maestra toscana che con il suo quaderno delle meraviglie da anche a noi informazioni e risposte che non ci aspettavamo, ma che difficilmente dimenticheremo, infatti sono proprio le sue risposte che hanno animato maggiormente il nostro gruppo di libroterapia

Nel sottotitolo Galiano scrive: Ricordati di fare ciò che ti fa sentire vivo.

Io leggendo questo romanzo direi invece: ricordati di fare ciò che senti giusto nel profondo, il resto non ha nessuna importa.

Lettura volontaria per un eventuale incontro con l'autore

Regina Blues è un romanzo corale che racconta di un momento cruciale nella vita di ventidue personaggi e nell’esistenza di una città, Regina, che dovrà risorgere dalle sue ceneri, e i suoi abitanti con lei.

Dopo un evento catastrofico e imprevedibile il microcosmo perfetto in cui vivono i giovani protagonisti verrà stravolto, e non resterà che cercare di dimenticare “l’agghiacciante urlo della terra” ma non i ricordi impressi nella coscienza di una comunità che non vuole arrendersi. Un romanzo che sa preparare il terreno all’inevitabile sciagura dell’ultima parte della vicenda toccando le corde più intime del lettore, facendolo immergere nelle storie private dei personaggi e creando un legame con loro che prosegue oltre la pagina scritta.

Regina Blues di Antonello Loreto è il racconto di una morte e di una rinascita, e un omaggio alla resistenza degli esseri umani. Ed è anche una raccolta di storie d’amore, di tutte le forme d’amore che si possono provare, non ultimo il sentimento che lega la voce narrante, Syd, alla sua città, Regina, dipinta da Loreto con sensibilità e accuratezza. Regina: una città di provincia che sa parlare ai cittadini, che sa restituire tutto il loro amore, ma che sarà anche teatro della fine dei loro sogni e delle loro speranze. Tanto particolareggiata è la descrizione della città che il lettore sembra avvertire il caldo opprimente che la soffoca, e che preannuncia la catastrofe imminente. Ma Regina Blues parla anche di un’altra storia d’amore: quella dello scrittore con i suoi personaggi.

I ventidue giovani protagonisti della vicenda sono infatti caratterizzati con profondità e con un interesse per le loro esistenze che non lascia indietro nessuno, neanche coloro che ritorneranno solo per poche scene nel corso della storia.

 

In un caldo pomeriggio di aprile nella città di Regina va in scena la finale del Torneo di calcio delle Scuole Superiori, nella quale si affrontano la squadra del Liceo Classico (i Santi) e quella del Liceo Scientifico (gli Eroi). Per una città di provincia il torneo rappresenta un momento importante, quasi solenne, di aggregazione della comunità. La mattina che precede la partita, si incrociano le storie dei ventidue ragazzi che daranno vita all’atteso incontro: ognuno con il proprio bagaglio di esperienze, per taluni esaltanti e per altri tristi, e con le proprie aspettative e i propri sogni. Giovani vite costrette a diventare adulte troppo presto a causa di un evento drammatico ed epocale che in pochi istanti sconvolgerà un’intera città. Sullo sfondo degli scorci panoramici, delle piazze e delle strade di Regina, la voce narrante di Syd, arbitro designato per la finale, accompagna i destini degli altri personaggi fino al futuro di chi sopravvivrà alla catastrofe in cui “il cielo si oscura e la terra lancia un urlo agghiacciante”. La vicenda di Regina Blues fa infatti un salto di ventotto anni in cui Syd, tornato a vivere in una città che ha provato a rialzarsi con alterni risultati, si è comunque riappropriato in qualche modo della sua vita, pur se tormentato dai ricordi del passato. Ed è a questo punto che Loreto riannoda i fili, chiude i destini e pone le basi per un futuro dominato da una pace ritrovata e dalla consapevolezza che ogni minuto va vissuto come se fosse l’ultimo.

(da: www.culturamente.it/)

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