Archive for the ‘GDL’ Category

26 giugno 2024 – Incontro Gruppo di Lettura

Adelaida Gigli, è nata a Recanati nel 1927 e lì è morta nel 2010, in mezzo ha vissuto tra le frontiere, è stata argentina, è stata italiana, è stata scrittrice, artista e rivoluzionaria. Figlia del pittore Lorenzo Gigli, che durante il fascismo lasciò l’Italia per Buenos Aires con tutta la famiglia. La storia di Adelaida bambina comincia in qualche modo per le strade della capitale argentina e da lì, da quei quartieri inizia a raccontarla Adrián N. Bravi in Adelaida (Nutrimenti, 2024).  Si tratta di un libro meraviglioso, diciamolo subito. Bravi ha scritto un romanzo, un saggio sulla storia della dittatura argentina, un altro sulla letteratura argentina, un libro che è anche intervista e memoir. Soprattutto Bravi ha scritto una storia che offre gli strumenti per fuggire dai tiranni e dal dolore e su come nasce, si costruisce e resiste un’amicizia.

Molti degli amici di Adelaida, ancora prima del colpo di stato, avevano deciso di intraprendere la via dell’esilio e di non tornare più. Ed è per questo che non possiamo circoscrivere la dittatura a un arco temporale di otto anni, perché il terrore, l’abbandono, la scomparsa dei cari trascendono quella manciata d’anni, cambiando per sempre la vita delle persone, anche di coloro che non ebbero mai a che fare con il regime.

Bravi da bambino visse per qualche anno in un sobborgo di Buenos Aires, San Fernando, e molto tempo dopo a Recanati, nel 1988, avrebbe conosciuto una donna che abitava nello stesso quartiere, Adelaida Gigli, con cui da quei giorni di fine anni Ottanta avrebbe condiviso una grande amicizia, costruita di parola in parola, di oggetto in oggetto, di taccuino in taccuino, di bicchiere in bicchiere, di memoria in memoria. Bravi è uno scrittore argentino ed è uno scrittore italiano, vive in Italia da molti anni e in italiano scrive i suoi libri. Bravi non dimentica la storia dell’Argentina, delle difficoltà sociali, della dittatura, non la può dimenticare, come non può farlo nessun argentino, non importa se sfuggito alle torture oppure no, se scampato a quegli anni oppure no. La strada per Bravi per riportarci a quelle storie, e non solo a quelle, è proprio l’incontro con Adelaida.

In quell’anno abitavo a circa dieci isolati da lì e spesso ci passavo davanti quando andavo a prendere il treno. Non potevo allora immaginare che in quella casa, in via Conesa, una casa semplice con un giardino davanti, si nascondesse un centro di tortura. Era un quartiere tranquillo, con i marciapiedi larghi, pieni di alberi e di aiuole. E quando oggi mi rivedo in quelle strade, con la spensieratezza del ragazzino che ero in quel periodo, mi rendo conto di essere stato in una specie di Waterloo sotterranea che stava risucchiando un’intera generazione.

C’è una ragazza in fuga con una bambina piccola in braccio e Mini si chiama la ragazza e Ines si chiama la bambina. La ragazza scappa in uno zoo, affida la piccola a due ignari passanti, ma verrà comunque catturata dagli uomini di Videla. Stessa sorte capiterà ai suoi amici e a suo fratello Lorenzo Ismael. Sono entrambi figli di Adelaida Gigli e dello scrittore David Vinas, nessuno dei due farà più ritorno, di nessuno dei due si avrà più notizia.

Adelaida che ha sempre fatto politica attiva ha accolto in casa dissidenti e rivoluzionari, ha nascosto loro e le loro armi, non può più restare in Argentina senza figli, senza nessuna speranza. Scappa attraverso la frontiera con il Brasile e poi su una nave per Genova, ma questo è solo un pezzo della sua storia. Adelaida è stata scrittrice di racconti, di poesie, soprattutto fondatrice (e unica donna in redazione) della rivista Contorno che si contrapponeva a quella considerata più elitaria, la Sur di Victoria Ocampo.

Proprio su Ocampo, Adelaida scrisse uno dei suoi testi più noti. Il grosso della sua scrittura è celato, nascosto, svelato ora a chi non la conosce dal testo di Bravi. Adelaida Gigli, soprattutto fino a quasi gli ultimi anni di vita, è stata una ceramista. È stata una donna capace di sfidare chiunque, di non sottostare alle regole, di organizzare feste che si trasformavano in performance, di essere lei stessa un’opera visiva, un talento multiforme prestato alla vita. A Recanati le è stato intitolato un giardino e poi un altro, era una donna dall’ampio respiro, da aria aperta, dalla mente luminosa.

Non aveva mai avuto una pietra dove piangere i suoi morti e ora temeva che potessero scomparire anche dalla sua testa, ed è per questo, suppongo, che aveva il bisogno imperante di lasciare per iscritto, di proprio pugno, certe cose.

29 maggio 2024 – Incontro Gruppo di Lettura

Erano le 13.50 del 7 giugno 1918 quando un boato investì Castellazzo di Bollate: nella fabbrica di munizioni svizzero-tedesca Sutter & Thévenot ci fu una terribile esplosione in cui persero la vita 59 lavoratori. Di questi, 52 erano operaie addette alla produzione di bombe da trincea, tutte giovani tra i 14 ed i 30 anni. Prende spunto da questo tragico evento il nuovo romanzo di Ilaria Rossetti, “La fabbrica delle ragazze“, edito da Bompiani, pubblicato lo scorso 24 gennaio, già candidato al Premio Strega 2024, che verrà presentato venerdì 8 marzo alle 21 nella biblioteca comunale di piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa a Bollate.

"Non conoscevo questa storia, l’ho scoperta in modo del tutto casuale. Nel 2020 in piena pandemia stavo ragionando su un nuovo libro e in particolare mi stavo documentando su un problema molto attuale, le morti sul lavoro in Italia, quando su Wikipedia ho letto la storia dell’esplosione della fabbrica, poche righe che mi hanno colpito – racconta la scrittrice lodigiana –. Mi ha incuriosito e l’ho approfondita con le notizie che c’erano sul web. Ho capito che poteva essere una storia interessante perché aveva molti ‘varchi’ per il racconto".

27 marzo 2024 – incontro con Enrico Vergoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mercoledì 27 marzo Enrico Vergoni ci ha presentato il suo primo romanzo.

È  stata una serata molto piacevole ed Enrico ci ha fatto capire la differenza tra lo scrivere poesie e un romanzo.

Ha letto alcuni punti dal “prologo”
Sentiamoci liberi di essere noi stessi

Sentiamoci liberi di fare l’amore con il cuore in gola …

Sentiamoci liberi di fare due birre in spiaggia a raccontarci la vita e le sue paure, una sigaretta fino all'alba senza gruppi WhatsApp in cui non si sa mai che caxxo Scrivere.

Sentiamoci liberi di avere quarant’anni ma ogni tanto fare qualche caxxata

Sentiamoci liberi di sorridere sempre e perderci in mille tramonti da condividere (non sui social) con chi ci ama

Sentiamoci liberi di dire quello che pensiamo, che a forza di silenzi il mondo sta marcendo
Sentiamoci liberi e orgogliosi di essere italiani. Siamo tutti figli di Falcone e Borsellino, del loro coraggio e del sorriso che hanno in quella meravigliosa foto che custodiamo tutti nel cuore. 
Sentiamoci liberi di vivere come in un film! Che la vita è bella e se ti impegni puoi vincere perfino l’oscar.
Poi si è passati a parlare più in dettaglio del personaggio.

-È tutto liquido. Io in questo liquido ci nuoto- Un inno al menefreghismo? Lui su questo sa molto. Col protagonista ho voluto dargli una valenza molto contraria rispetto alla mia. G è uno che dice qui ormai sul mondo non ci capisco più niente. Allora lui sta sul balcone con la sigaretta e sì, se lui c’ha l'estetista l'acido ialuronico, l'amichetta del sabato sera e dice a me,non me ne frega niente, gioca a calcetto, fa un passo indietro rispetto ai tempi. 
È tutto quello che io ho sempre detestato delle persone ma l'ho voluto mettere come protagonista del libro. Per me è uno sconfitto perché rinuncia a capire e rinuncia a vivere. Però mi piaceva questo personaggio così lontano da me e sarebbe stato troppo facile fare un selfie. Non è un selfie, non è un selfie, questo sicuramente 
Lui ha un padre che è il contrario di lui ,ha un padre che credeva nella politica, nel volontariato, gli regalava i libri, leggeva i libri, comprava la Repubblica, gliela portava, aveva la foto di Berlinguer in casa. Quindi ha un padre. Sì, sì. 
Lui invece guarda sta gente. Infatti c'è una battuta dice “Io a Enrico Berlinguer preferisco Moana Pozzi”. Ok, in quel momento, perché lui proprio ci rinuncia, non è una sconfitta ma una delusione.

Forse di quegli anni lì, probabilmente. 

Ma neanche è il prototipo forse dell'italiano di oggi. Purtroppo. Ma è così e forse è la maggioranza silenziosa del Paese di cui noi scriviamo libri, leggiamo i giornali, facciamo politica, andiamo nelle scuole, forse non la capiamo. E la maggioranza silenziosa che noi, forse intellettuali un po’ radical chic no, non la capiamo. Poi ce ne accorgiamo il giorno dopo le elezioni. E purtroppo è così. E dicevo prima dell'11 settembre che per me è stato il punto, è stata la fine degli anni 90 è stato veramente lo spartiacque.


Conclusione
G è un personaggio che vince sempre perché non si schiera mai. Queste sono persone che mi fanno una grande rabbia, però le ho volute mettere perché ho detto quando mi ricapita di scrivere una cosa negativa? E quindi ho voluto mettere tutti i difetti. Che poi il bello del romanzo è questo, inventi un personaggio e lo riempi di tutti i tuoi difetti, poi è come se andassi sul lettino dell'analista e forse verrebbe fuori che sono peggio di lui, ok? 
Sì, perché poi ci piace scaricare i nostri difetti sempre su qualcun altro o personaggi fittizi o personaggi reali. Questo ci salva la coscienza.
A fine serata è stato interessante anche il confronto con i partecipanti che hanno raccontato le diverse esperienze vissute nella loro adolescenza. 
Grazie ancora Enrico.

17 aprile 2024 – incontro Gruppo di Lettura

«Ho assaporato la libertà degli uomini, ho visto le ragazze della mia età scomparire dalle strade e diventare invisibili. Per me non è più possibile tornare indietro. È troppo tardi».

Nonostante sia cresciuta sui monti afgani al confine con il Pakistan, in una zona ancora legata a tradizioni secolari, Ukmina sin da piccola va in bicicletta, gioca a pallone, si sposta da sola per le commissioni, parla da pari con gli uomini del suo villaggio. Il motivo per cui può farlo è perché Ukmina non esiste. È un fantasma. Undicesima dopo sette femmine e tre maschi morti in fasce, quando ha superato il mese di vita, suo padre ha capito che ce l'avrebbe fatta e ha sentenziato: «Tu sarai un maschio, figlia mia». È un'usanza diffusa in Afghanistan, tollerata anche dai mullah: una famiglia senza figli maschi, può crescere una bambina come fosse un bambino. Per salvare l'onore, e per scongiurare la malasorte sui figli futuri. Malasorte che consiste nell'avere figlie femmine. Vengono chiamate bacha posh, "bambine vestite da maschio", e sono tantissime. In virtù di un semplice cambio di abiti, Ukmina ha avuto tutta la libertà riservata agli uomini. E ha compreso fino in fondo quale prigionia sia nascere donna nel suo Paese. Così, al raggiungimento della pubertà, quando l'usanza impone alle bacha posh di mettere il velo, sposarsi e fare figli, Ukmina si ribella. Come potrebbe, di punto in bianco, seppellirsi tra quattro mura e ricevere ordini da un marito? Sa di dover pagare con pezzi della propria anima ogni giorno di libertà, ma sa anche che ne vale la pena. Sa che solo rimanendo uomo, libero e con diritto di parola, può aiutare le donne affinché non debbano più nascondersi per esistere.

Incontro GdL 13 marzo 2024

Francesco è un giovane disoccupato, spesso prigioniero delle proprie fragilità. Viola per lui è una rivelazione.

Gli dà forza e fiducia in se stesso e lui la adora, adora tutto di lei. E anche Viola impara ad amarlo e ad aprirsi con lui, nonostante la propria natura un po' da gatto e un po' da istrice.

È soltanto grazie a lei che Francesco ha imparato a guardare il mondo da una nuova prospettiva, capovolta. Le cose non sono come sembrano, e non devono per forza andar sempre male. Così le loro vite – lui che trova finalmente un impiego in un mercatino dell'usato, lei che lavora nel bar dei genitori – si uniscono in modo indissolubile.

L'innamoramento porta alla convivenza e poi al matrimonio. Ma l'idillio dura poco, perché Francesco si accorge che Viola è sempre più cupa e scontrosa, c'è qualcosa che la tormenta e la divora da dentro. Il ragazzo decide di affrontarla e, sulla scorta di un terribile sospetto, le chiede se ci sia un altro uomo.

E un altro uomo, in effetti, c'è: è Viola stessa. Viola che non è mai stata a suo agio dentro il corpo di una donna, dentro quell'identità. Viola che ha deciso di ascoltarsi, finalmente, e avviare il processo di transizione di genere. L'amore che prova per Francesco non è messo in discussione e lui, sospinto da un sentimento assoluto e incrollabile, cerca con tutto se stesso di accettare la situazione e di sostenere la moglie. Ma l'amore, il vero amore, può davvero resistere a tutto?

Nessun aspetto viene nascosto al lettore, né sentimentale né fisico o sessuale, in un percorso che sfida le convenzioni raccontando l'amore come non è mai stato raccontato prima. Una narrazione matura, energica e allo stesso tempo delicata, che supera con coraggio gli stereotipi e trascina il lettore nei meandri più profondi dell'animo umano.

GdL – incontro 24 gennaio

Questo racconto vero, dal passo di romanzo, intreccia storia del Novecento e lessico famigliare, tragedia e speranza: un’avventura nel tempo e nella memoria.

Lajos è un colto ingegnere ebreo ungherese, trasferito a Roma. Maria è una giovane italiana cattolica, dalle forti passioni sociali e politiche.

La loro storia d’amore, che sboccia negli anni Trenta, è già di per sé una sfida al destino, in un Paese in cui il matrimonio tra persone di nazionalità e religioni diverse è complicato. Ancor di più lo è sotto il fascismo: con l’inizio delle persecuzioni contro gli ebrei la loro quotidianità di famiglia borghese e benestante, costruita con impegno a Forlì, si sgretola con impressionante rapidità.

Mentre il regime dà un giro di vite dopo l’altro, Lajos perde la cittadinanza, il lavoro, infine rischia di perdere la libertà e la vita ed è costretto a fuggire insieme alla moglie e ai tre figli di cui uno gravemente malato. Nella solidale Romagna, la rete del soccorso li indirizza presso una signora generosa, Edvige Mancini, che abita in una grande casa nel paese di Premilcuore. Solo che la signora non sa che sono ebrei.

E gli Szegö non sanno che il cognome da nubile di quella donna così gentile è Mussolini: è la sorella del Duce e ospita, al piano superiore, anche un comando tedesco. L’esistenza di Lajos e Maria e dei loro bambini si fa, se possibile, ancora più pericolosa e incerta.

E la guerra non accenna a finire. Ottant’anni dopo i fatti, a narrare questa storia incredibile su una panchina vicino a casa è uno di quei tre bambini, Alberto Szegö.

Dal suo incontro fortuito con Cristina Petit nasceranno un’amicizia sincera e questo racconto vero dal passo di romanzo, che intreccia storia del Novecento e lessico famigliare, tragedia e speranza: un’avventura nel tempo e nella memoria.

Incontro gruppo di lettura – 6 dicembre 2023

Ogni mattina a Jenin” fa parte di quella “letteratura della Resistenza” che dopo il giugno del 1967, anno della Naksa (ricaduta) quando Israele occupa Cisgiordania, Gerusalemme est, Gaza (e il Golan siriano), infliggendo al popolo palestinese una nuova cacciata, dopo la prima del ’48. È quella letteratura che si unisce all’impegno politico per denunciare i crimini di Israele e per contrastare l’occupazione e l’imperialismo non solo in Palestina.

Abulhawa racconta il dolore delle madri che dovranno crescere i propri figli in esilio e dei padri che non potranno più tornare nei campi dei loro avi. Dolore contenuto nella domanda che il più giovane dei profughi nel campo di Jenin rivolge al più anziano, Yahya, in fuga dal villaggio di ‘Ain Hod : “Nonno possiamo andare a casa ora?” Alla quale nella Jenin del ’48 era impossibile rispondere ma che non lo sarà mai più. È un racconto che mostra al pubblico occidentale quel dramma reso ancor più duro dell’esproprio dalla propria terra, che il popolo palestinese non smetterà mai di cercare e di riavere.

Secondo la scrittrice ogni scrittore palestinese quando scrive, a prescindere da ciò che scrive, fa un atto di resistenza perché fa parte di un popolo a cui hanno cancellato il proprio posto sulle mappe; così qualsiasi espressione artistica diventa atto politico. “Ogni mattina a Jenin” vuole essere anche un atto di denuncia verso la leadership palestinese che non ha saputo stringere il suo popolo attorno al proprio destino, senza ascoltarlo, lo ha lasciato in balia dei conflitti interni tra le fazioni. Leadership spesso intenta a definire e ridefinire limiti, confini di uno Stato inesistente per compiacere le richieste dell’Altro, inseguendo una pace senza giustizia.

Così non ha saputo vedere la vita reale delle strade, delle carceri, insomma la vita di tutti i giorni sotto occupazione. Con questo libro Susan Abulhawa, palestinese che vive negli Stati Uniti, ci trasmette un grande valore che appartiene al popolo palestinese: il senso d’identità. Non è la creazione di una struttura politica a definire l’identità, non è la nazionalità che fa si che si diventi palestinesi ma l’appartenenza a quella terra significa possedere certe tradizioni, cibi, costumi, musica e soprattutto ricordi.

Susan Abulhawa è nata da una famiglia palestinese in fuga dopo “La guerra dei Sei Giorni” e ha vissuto i suoi primi anni in un orfanotrofio a Gerusalemme. Adolescente, si è trasferita negli Stati Uniti dove si è laureata in Scienze Biomediche e ha avuto una brillante carriera. Vive in Pennsylvania. Autrice di numerosi saggi sulla Palestina, ha fondato l’associazione Playgrounds for Palestine che si occupa dei bambini dei territori occupati.

“Ogni mattina a Jenin” è il suo primo romanzo. Bestseller internazionale è stato pubblicato in ventidue paesi.

Incontro Gruppo di Lettura – mercoledì 25 ottobre 2023

Incontro spostato da lunedi 20 a mercoledì 25

Commento in fondo all'articolo (Valeria G.)

L’ incredibile vicenda è stata scoperta proprio da Scalise, giornalista e autore di saggi e di inchieste sull’antisemitismo. Incuriosito da una piccola nota scovata ne La storia degli ebrei in Italia di Attilio Milano. “Decisi di prendermi un anno sabatico e di partire per andare a cercare documenti su questa vicenda – racconta Daniele Scalise in un’intervista Ansa-. Aiutato dalle fonti raccolte nel mondo, negli archivi del Vaticano, nelle biblioteche ebraiche negli Stati Uniti e a Roma, ho ricostruito la storia ed il contesto che era quello del precipitare del potere temporale della Chiesa.

C’è una stretta connessione tra la storia di Edgardo e il contesto. Pio IX aveva utilizzato questa vicenda non solo perché era abituato a gesti prepotenti e arroganti nei confronti delle comunità ebraiche, ma perché sentiva che la terra gli crollava sotto i pedi e voleva dare un segno della sua potenza. Lui ha vinto una battaglia, ma perso una guerra”

Con il romanzo Un posto sotto questo cielo “ho mantenuto il racconto storico e introdotto personaggi di invenzione. Mi interessava molto esplorare l’animo e la psiche di questo povero bambino, ragazzo ed uomo, la cui esistenza è stata maciullata da questa storia. Ho trovato i piccoli diari che Edgardo aveva scritto nel convento in cui è cresciuto“. Il romanzo narra, come dichiara lo stesso Daniele Scalise, una “storia tragica, infame di questo sopruso, di questa violenza, non c’è altro aggettivo per definire l’orrore di questa vicenda”..

La vicenda tocca tutto il mondo

Sulla vicenda, all’epoca, si interessano le cancellerie di mezza Europa e i giornali di tutto il mondo. È un fatto terribile, che segna il corso della storia, fa traballare l’immagine dello Stato Pontificio e suscita l’indignazione internazionale. Intellettuali e politici di tutta Europa ne chiedono il rilascio, persino Napoleone III scrive una lettera direttamente a Papa Pio IX, e come lui il Presidente degli Stati Uniti e l’Imperatore d’Austria. Ma il Papa si rifiuta di tornare sui suoi passi. Quel bambino nato in una famiglia ebrea era ormai affidato alle cure della Chiesa cattolica, visto che una giovane fantesca aveva raccontato di averlo miracolosamente salvato mentre stava per morire per colpa della febbre, battezzandolo in gran segreto.

La storia di un bambino e poi un uomo tormentato

È così che inizia la storia di un bambino diventato simbolo di fazioni opposte e di un’epoca fragile, la storia di un ragazzo solitario, di un uomo tormentato da una profonda nevrosi maniaco-depressiva. E fin quasi all’ultimo giorno la vita di Edgardo sarà quella di una pedina innocente sacrificata sulla scacchiera dei potenti. Una vicenda che ha segnato gli ultimissimi e tumultuosi anni di agonia del potere temporale del Papa e ha allungato la propria ombra fino alle polemiche sulla beatificazione di Pio IX voluta da Giovanni Paolo II.

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Valeria G.

UN POSTO SOTTO QUESTO CIELO di Daniele Scalise

 

E’ questo il titolo che prende il romanzo di Daniele Scalise, edito da Longanesi nel 2023 ed ispirato alla tristissima storia di Edgardo Mortara, precedentemente indagata e storicamente documentata dallo stesso autore in un saggio di 25 anni fa, edito da Mondadori e dal titolo IL CASO MORTARA. Per la verità anche altri si sono occupati della vicenda in passato, come Vittorio Messori nel libro IO, IL BAMBINO EBREO RAPITO DA PIO IX° e l’antropologo americano David Kertzer con Brunello Lotti ne PRIGIONIERO DEL PAPA RE. In ogni caso la vicenda compare per la prima volta nel libro LA STORIA DEGLI EBREI IN ITALIA di Attilio Milano, in cui figurano anche i diari autobiografici del Mortara, utilizzati da Scalise per la costruzione del romanzo.

Quello di Edgardo non è l’unico caso di rapimento di un bambino ebreo da parte della Chiesa cattolica con lo scopo “benefico” di sottrarlo alla “nefasta” influenza di coloro che avevano ucciso Cristo; ve ne furono infatti molti altri ma nessuno divenne così famoso grazie all’interessamento della prestigiosa famiglia, che poteva contare su appoggi importanti, come i sovrani di Francia e di Austria, i quali però non riuscirono a modificare il volere dell’intransigente Pio IX°.

Il bambino, strappato nel 1848 ai suoi amorevoli genitori e ai numerosi fratelli all’età di 7 anni e battezzato da piccolo da una serva perché molto malato, come poi risultò dal processo, dopo essere stato prelevato a forza dalla gendarmeria papale, fu reso inavvicinabile, pesantemente indottrinato alla “vera fede” e subdolamente plagiato dall’inflessibile e umorale papa fino a condurlo ad una disastrosa schizofrenia. Dopo mesi di segregazione ed internamento, benché pieni di premure, il bambino versava sia fisicamente che psichicamente in condizioni pietose, rifiutava il cibo, era in preda a svenimenti, disorientato tra le varie figure che si occupavano di lui, soggiogato mentalmente dal potere del Papa e totalmente confuso tra ciò che gli era stato impartito prima, in seno alla famiglia, e le idee su Dio che gli venivano inculcate poi, compreso l’odio per gli ebrei e quindi per i suoi stessi famigliari.

Con un linguaggio straordinariamente convincente e formalmente adeguato allo stile dei tempi (sembra a tratti di leggere il Manzoni), nonché estremamente accurato sul piano della ricostruzione storica di ambienti, tipologie di personaggi, scenari e figure realmente esistite accanto ad altre di invenzione, con dialoghi incalzanti e realistici, Scalise riesce a far immergere il lettore nell’atmosfera cupa ed inquietante del mondo ecclesiastico della seconda metà dell’800, quando, dopo le battaglie risorgimentali e la conquista di Roma da parte dello stato sabaudo, quel potere temporale così saldamente impugnato ed esercitato dal “Papa Re” per ben 25 anni, si riduceva drasticamente e veniva ristretto al solo Vaticano.

Ciò nonostante l’influenza di quell’uomo così carismatico sul piccolo Edgardo era stata così profonda che, neppure quando la situazione politica mutata e la maggiore età gli avrebbero permesso di scegliere il proprio destino, l’ebreo battezzato ebbe la forza di sottrarsi a quel plagio così radicalmente interiorizzato. Edgardo ripudia la famiglia originaria e decide di farsi prete, prendendo il nome di Don Pio. Risulta però totalmente inadeguato al ruolo che si è scelto. Pur preparatissimo sul piano dottrinale ed ottimo oratore è in preda a crisi improvvise rabbiose o catatoniche, privo di empatia ed altezzoso. Viene quindi spesso allontanato dai vari incarichi, compreso l’insegnamento, perché incapace di integrarsi in qualsiasi contesto e così vaga di nazione in nazione, di chiesa in chiesa, fino agli Stati Uniti, dove fa dei gran sermoni allo scopo di raccogliere fondi per costruire templi e missioni, ma sempre con un malessere così profondo da farlo sentire come già morto o sull’orlo della pazzia. Verrà infatti il momento in cui, con i lutti famigliari ed altri incontri rivelatori, sarà costretto a prendere coscienza di non aver mai scelto davvero niente nella sua vita e che la sua personalità, la sua identità è frutto di una costruzione, e che il suo costruttore come spesso accade alle vittime, è allo stesso tempo la persona più odiata ma anche la più amata. E questa sarà una verità devastante, ma infine anche rasserenante, una volta compresa.

Edgardo finisce la propria travagliata esistenza nel 1940 in un monastero di Liegi, perseguitato fino alla fine, quando un manipolo di gendarmi tedeschi, nella spietata caccia all’ebreo, si metteranno sulle sue tracce.

Come poteva non essere tratto un film da una storia così particolare ed avvincente? Lo fa Bellocchio in un’opera presentata a Cannes di recente dal titolo RAPITO, che pare altrettanto ben riuscito. Vedremo…

Intanto bisogna però anche aggiungere che la storia ci riguarda da vicino, essendo PIO IX° nativo di Senigallia col nome di Giovanni Maria Mastai Ferretti e, che provenendo da una famiglia potente, conosceva bene l’ambizione e l’arte di esercitare il comando. Ciò non di meno all’inizio del suo mandato sembrò papa liberale e riformista. Simpatizzò per il liberale moderato Gioberti, concesse la libertà di stampa e l’amnistia generale ai prigionieri politici, ma ben presto mutò orientamento. Per non contrariare il re d’Austria cattolico si rifiutò di inviare le truppe pontificie a sostegno della 1° guerra d’indipendenza. In fuga da Roma nel 1849 quando fu proclamata la Repubblica romana vi tornò con l’aiuto dei francesi e con il Sillabo del Concilio condannò Garibaldi, i garibaldini e la civiltà moderna. In seguito però si aprì alle innovazioni tecniche approvando la costruzione della ferrovia.

Durante il suo lunghissimo pontificato si occupò anche di questioni dottrinali. E’ di sua invenzione il dogma relativo all’infallibilità del Papa e quello della Immacolata Concezione. Chissà se questo fu il motivo per il quale papa Carol Wojtyla lo “beatificò”.

Non minori onori ha ricevuto dalla città di Senigallia, che recentemente gli ha dedicato uno stemma enorme al centro di quella che un tempo era conosciuta come Piazza Garibaldi e che tutti però sono soliti chiamare Piazza del duomo. E ciò benché anche molti senigalliesi, ai tempi delle battaglie per l’indipendenza, abbiano dovuto assaggiare la furia vendicativa e persecutoria del PAPA RE.

 

 

Guido Peverieri – Colleghi miei. Monte Porzio 18 agosto 2023

Evento 18 agosto 2023 con quattro audio relativi agli interventi delle figlie e nipoti di Guido.

Una bella serata e un ricordo del nostro collega.

 

 

 

 

Alcuni audio, brani letti dalle figlie e nipoti di Guido, molto ma molto brave.

Evento 18 agosto 2023

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Alberto Lupo legge Kipling “SE”

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Arnoldo Foa legge Leopardi

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