Guido Peverieri – Colleghi miei. Monte Porzio 18 agosto 2023

Evento 18 agosto 2023 con quattro audio relativi agli interventi delle figlie e nipoti di Guido.

Una bella serata e un ricordo del nostro collega.

 

 

 

 

Alcuni audio, brani letti dalle figlie e nipoti di Guido, molto ma molto brave.

Evento 18 agosto 2023

Letture estive – prossimo incontro 20 settembre

Incontro con l’autore – Massimo Conti

Gruppo di lettura – 25 luglio 2023

Ahamed Rishcaudinarom è proprietario dell’OplàKebab. La moglie Myriam e i figli Rahmaan, Retia e Christho lo raggiungono, via mare, su di un barcone. Qualche tempo dopo, arriva anche il loro nonno.

Nella cittadina dove vivono si deve eleggere il nuovo sindaco. Uno dei due contendenti è una donna, a capo di un partito xenofobo. Rahmaan s’innamora, ricambiato, di Giulia figlia della candidata sindaca: la relazione è osteggiata dai genitori di lei.

L’attività della kebabberia procede bene, ma tutto si complica quando, a pochi metri dell’OplàKebab, apre la norcineria Viva il Maiale! Di lì a poco entrambi i locali subiscono atti di vandalismo compiuti dai misteriosi VE.R.Z.A. Sarà compito di Rahmaan e degli amici Aarif e Polpetta scoprire i colpevoli, mentre la campagna elettorale entra nel vivo.

Anche l’imam della comunità musulmana ha i suoi grattacapi: per trasformarla in moschea è in procinto di acquistare l’area dove sorge una chiesa in rovina che fa gola a uno speculatore immobiliare senza scrupoli. Un romanzo dove si ride molto seriamente.

7 luglio 2023 – incontro con Adrian Bravi

Gruppo di lettura – 27 giugno 2023

Di cosa tratta La portalettere?

Ispirata a una storia vera di cui la scrittrice trovagli indizi nelle carte di famiglia, La portalettere è sia la vicenda di una donna straordinaria  sia un romanzo storico in cui eventi, sentimenti e citazioni letterarie si intrecciano perfettamente, dando vita a personaggi, storie, segreti svelati e altri che tali rimarranno sempre.

Anni 30.

Anna, conosciuto Carlo nella sua Liguria, si trasferisce, con il loro figlio di un anno, Roberto, a Lizzanello, un paese (inventato ma verosimile) del Salento.

La protagonista è estremamente convincente, realistica, imperfetta eppur eroica.

Diffidente verso un Sud che non conosce e le pare retrogrado, si concede il vezzo di intercalare frasi in italiano con espressioni in francese. Ma è anche additata da tutti i nuovi compaesani, animati dalla medesima diffidenza, e lacerata da tormenti interiori, soggetta a tradimenti che mai immaginerebbe, ma la accomunano alle altre donne.

Essere donna è, all’epoca, aderire ad un ruolo preciso che si realizza nell’essere moglie e madre accudente, estranea alla cultura e alla politica e più interessata ai pettegolezzi, spesso impietosi e falsi.
Ma Anna non sta al gioco: parla chiaro, non abbassa lo sguardo, rivendica la sua libertà e la sua indipendenza.

Scatenando lo stupore e l’indignazione nel paese, ottiene il posto, rimasto vacante, di portalettere: prima a piedi, poi in bici, lavorerà con passione, non limitandosi a smistare e consegnare corrispondenza.

Lèggerà e risponderà per chi non è capace, porterà notizie da quanti sono lontani al fronte o impegnati per lavoro in America, troverà stratagemmi per far comunicare amanti che devono rimanere incogniti, accetterà caffè anche da chi è emarginato, concedendosi una pausa se le consegne non sono eccessive.

E, giunto il momento del referendum sul diritto di voto alle donne, avrà parte attiva, militando nel partito comunista, che non tradirà nemmeno quando il marito sarà sindaco per la Democrazia Cristiana.

Ma la storia non termina qui: fonderà una casa delle donne per accogliere orfane, ragazze abusate, ragazze madri, ex prostitute: tutte povere e disperate senza istruzione.

Allestirà un’aula, camere da letto, laboratori vari, una cucina e un orto, cercando e riuscendo a rendere le ospiti scolarizzate, consapevoli del proprio valore di persone e donne, pronte a essere economicamente autonome attraverso l’apprendimento di un mestiere.

Ma questa non è solo la storia di Donna Anna, colei a cui il vino del marito è dedicato, ma soprattutto di un reticolato di amori segreti, negati, sospirati, traditi.

Amori che infiammano, lacerano, che sono fatti di carne o solo di poche parole e molti sguardi e che portavo, a volte, alla rovina.

Storie di un tempo, quando un consorte era per sempre, quando un figlio fuori dalle nozze era una vergogna, quando nell’amare una donna rischiava sempre di più, perché per lei non era previsto il perdono e si sa, i masculi, peggiorano, tradiscono, scappano, ma le mogli, se non malafemmine, sopportano, da vere matriarche.

Se non tutti sono uguali, in questo intreccio nessuno può dirsi del tutto innocente, privo di tentazioni, ideali, notti insonni fra libri, conti e impeti di passione.

Gruppo di lettura – 23 maggio 2023

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Comincia nel 1992 e finisce nel 2011 la storia raccontata da Rosella Postorino in Mi limitavo ad amare te (Feltrinelli). Al centro ci sono un gruppo di ragazzi che nell’estate del 1992 vengono mandati in Italia da Sarajevo, che è sotto assedio da parte delle forze serbo-bosniache. Sono diversi per età, ceto sociale, religione: alcuni non sognano altro che integrarsi nel nuovo paese e dimenticare la paura e la fame, altri pensano in continuazione a chi è rimasto in quell’inferno. Tra questi ultimi c’è Omar, che pur legato al fratello maggiore Sen, sente la mancanza della madre, e nei primi mesi a Rimini si rifugia su un albero per non stare con gli altri;  dopo essere stato dato in affidamento a una coppia scappa di casa e si mette a vivere di espedienti finendo anche in prigione. Poi c’è Danilo che viene da una famiglia agiata e colta e in Italia studia legge e si riunisce con la madre e la sorella, traumatizzate gravemente dalla guerra. Il punto di unione tra questi due ragazzi è Nada, la bambina senza un dito, che spesso dice di averlo perso per la guerra per nascondere quello che succedeva a casa sua: sia Omar sia Danilo sono attratti da lei e traggono forza dalla sua presenza. Ma Mi limitavo ad amare te è anche un libro di madri: madri che si separano dai loro figli per proteggerli, madri che dopo aver visto l’orrore non ce la fanno ad andare avanti, madri adottive piene di dubbi e fragilità. Un romanzo in cui la Storia viene vista con gli occhi di giovani che al trauma della guerra hanno aggiunto anche quello dello sradicamento.  

Una volta Ivo le aveva detto: Quest'idea che ci hanno inculcato, di dover essere felici, è un castigo. Chi ce l'ha inculcata?, aveva chiesto Nada. Sei figlio di una prostituta, sei scappato da una guerra, ma chi ti ha inculcato a te l'idea di dover essere felice? Aveva riso anche lui. Boh, un certo cinema, aveva detto, certe storie. E quella cazzo di Costituzione americana. Lei si era piegata in due dalle risate. Non abitiamo in America, gli aveva risposto.

Gruppo di Lettura – 26 aprile 2023

Già, perché in questo museo (cui in copertina vediamo esposti gli oggetti) non troviamo altro che i simulacri di tutte quelle promesse fatte e non mantenute, oggetti evocativi di quel dolore che coviamo dentro di fronte a delusioni subite, emblemi di ferite che non si rimarginano, in grado di far riaffiorare nei visitatori i traumi che avevano rimosso e che prima di varcare la soglia del museo giacevano nascosti negli anfratti polverosi delle loro menti. Volete un esempio? Che cosa potrebbe rappresentare un velo da sposa? «Ah, l’amore, un’orrenda colpa!», disse chi rinchiuse il suo cuore in un forziere. Provate a immaginarvelo, ve lo dico? Una promessa di nozze mancata. E così via, affogate anche voi nel mare delle promesse infrante immergendovi in questa lettura, ricordandovi però di riemergerne.

Il resto della narrazione (la maggior parte della trama, per la verità), verte sugli avvenimenti storici narrati con perizia di dettagli dalla mano dell’autrice e messi in bocca a Laure, catapultata dal suo museo di Parigi alla Praga del 1986, nel tetro panorama del regime sovietico, per mezzo del racconto che lei stessa svolge (con una qual certa uniformità e piattezza di tono, è lecito dirlo) a una giornalista sopraggiunta nella Ville Lumière interessata a redigere un articolo sul suo interessante museo.

Il museo che Laure ha aperto a Parigi, nel quartiere di Canal Saint-Martin, è unico al mondo. Vi sono esposti gli oggetti più disparati, portati lì da diversi donatori per raccontare la loro storia sospesa: sono infatti simboli di promesse infrante.
 

Per Laure, padre inglese e madre parigina, quel luogo è praticamente l’unica ragione di vita. Perché l’esistenza di Laure è rimasta impigliata in un luogo e in un tempo lontani, nella Praga del 1986. La sua vita attuale è essa stessa il frutto di una promessa infranta. L’incontro con la giovane May, giornalista senza troppi scrupoli, inizialmente è seccante per Laure.

Non ha alcuna intenzione di svelare quel mondo che tiene sepolto dentro di sé da decenni. Eppure, a poco a poco, grazie a quella ragazza impertinente il passato inizia a riemergere.
 

Essere trasportati nella Praga del 1986, dentro la cortina di ferro, e poi nella Berlino del 1996, nella Germania da poco riunificata, è affascinante e inquietante allo stesso tempo.

La bellezza e la vita pulsante della città boema, piena di arte e passione, sono rese cupe da un regime che tutto spia e tutto controlla. Con la violenza, se serve.

Laure a Praga arriva a vent’anni; per un’estate è la ragazza au-pair di Petr, dirigente di una casa farmaceutica e persona molto influente, e della bella e problematica moglie Eva. L’atmosfera praghese la trascina subito in un vortice, l’incontro con Tomas, giovane musicista considerato sovversivo, e con il gruppo di amici del teatro delle marionette, la travolge.

Questo amore giovane e impetuoso è descritto con tratti netti, con i colori intensi che gli si addicono. La luce del sentimento e della passione è resa ancora più intensa dal contrasto con lo sfondo: una società dove brulicano nel buio forze violente, dove tutti possono diventare delatori, carnefici, traditori.

Chi è dalla sua parte?

Di chi può fidarsi?

Ma esiste, qualcuno di cui fidarsi?

Alla fine di quell’estate Laure se n’è andata, ma Tomas non ce l’ha fatta, e lei non ha mai saputo cosa sia successo a quel ragazzo che ha amato come mai nessun uomo dopo di lui.
 

Ma il bisogno di sapere non si è mai esaurito. È rimasto chiuso dentro il petto di Laure, come in una delle teche del Museo delle promesse infrante.

Forse è arrivato il momento di rompere il vetro.

Gruppo di lettura – 9 marzo 2023

“Prima che si spenga l’unico occhio che mi è rimasto in vita, quello sinistro, con la palpebra che scende giù da sola, vorrei raccontare le disavventure che anni addietro mi hanno portato sulle rive di un fiume rimasto nascosto negli anfratti del creato”.

La voce di Ugolino Contarini rimesta tra i reperti di un passato irraggiungibile segnato dalla solitudine, dalla discriminazione, dalla migrazione, dal desiderio di rinnovamento, dalla ricerca di un’identità nuova dopo i traumi, dal radicamento e dal distacco dal noto. Il protagonista di Verde Eldorado passa le sue giornate relegato in una gabbia dorata col cappuccio perennemente calato sul volto a studiare il Periphyseon di Giovanni Scoto Eriugena e a struggersi segretamente per l’amica di sua sorella.

Nella società veneziana del XVI secolo avere un volto come il suo è ritenuto un orrore da nascondere.

Estromesso dalle attività di famiglia, verrà imbarcato per volere del padre nella spedizione di Sebastiano Caboto alla volta delle Isole Molucche con il compito di redigere il diario di bordo di un’impresa che rivelerà esiti imprevisti.

A stravolgere i piani, la fascinazione per i racconti dei pochi sopravvissuti al viaggio di Juan Díaz de Solís che indurrà il Piloto Mayor a tradire gli accordi con la Corona di Spagna per addentrarsi nel Río de la Plata e risalire i fiumi Paranà e Paraguay.

Proprio allora, tra massacri e rapimenti a opera degli indios, una svolta sancirà la rinascita di Ugolino nel mondo ignoto dei guarenyes. La salvezza grazie al suo volto deturpato gli varrà il riconoscimento di Kulumanè-Jajay-Karai (“uomo che i Karai hanno salvato la vita dalle fiamme”).

Valeria Gramolini

Ci sorprende piacevolmente ancora una volta lo scrittore argentino ospitato più volte dal gruppo di lettura di Monte Porzio. Questa volta il "ritorno" nel paese natale ha come pretesto una fase della storia mondiale segnata da conseguenze decisive per l'umanità: la scoperta e l'esplorazione delle Americhe del Sud.

In questo racconto ADRIAN BRAVI indossa i panni di un ragazzo veneziano sfigurato da un incendio, il quale viene fatto imbarcare dal padre, commerciante di tessuti, su una nave in partenza per le Indie. Si tratta niente meno che della avventurosa spedizione di Sebastiano Caboto lungo le rive del Paraguay prima e del Rio della Plata poi, alla ricerca del mitico Eldorado. Infatti anche lui, come Colombo, convinto di andare ad Est, si ritrova invece ad ovest, dove incontra diverse tribù di indios, tra le quali una dedita al cannibalismo.

Sulla base dunque di fatti storici reali e documentati avvenuti nel 1527 l'autore ci fa rivivere attraverso gli occhi di quel giovane navigatore, il cui compito è quello di registrare gli avvenimenti sul libro di bordo, tutto il pathos delle grandi avventure, fatte di curiosità ed intraprendenza, coraggio e paura…e una buona dose di follia, come ogni viaggio verso l'ignoto. Con Ugolino torniamo quei ragazzi che lessero L'isola del tesoro o I viaggi di Gulliver, ma anche riflettiamo sul valore duplice di quelle imprese grandi e sconsiderate allo stesso tempo, le quali hanno reso il mondo più piccolo mentre concorrevano alla distruzione di popoli che non potevano competere con l'avidità ed i mezzi dei conquistatori.

Il confronto tra le conoscenze, le credenze, i valori, i modi di vivere e di rapportarsi alla natura dei nativi e quelli degli esploratori solleva domande e reazioni impreviste, e le mille congetture che diversità ed incomprensione comportano. La nudità, la semplicità, la mancanza di gerarchie, e la quasi totale condivisione dei beni o la mancanza dei ruoli sono catalizzatori di simpatia, anche dopo lo scotto dell'antropofagia rituale e a dispetto della superiorità culturale dell'uomo bianco.

Eppure chi l'ha detto che questi ultimi non abbiano qualcosa da imparare dai primitivi? Si può dire con certezza che un linguaggio striminzito che usa lo stesso termine per indicare pesce e mare, o una rappresentazione del divino che si identifica con la natura siano davvero poca cosa rispetto alla complessità dei linguaggi evoluti e ricchi di definizioni o alle sofisticate teorie teologiche-filosofiche del più volte citato PERIPHISEON di Scoto Eurigena, unico ed ultimo legame tra Ugolino e la sua terra natale? Sono queste le considerazioni che emergono dalla lettura del libro, considerazioni basilari quando di deve e si vuole scegliere dove sia meglio vivere, le stesse che formula Ugolino al momento di valutare se la sua patria sia Venezia, dove il suo aspetto orripilante deve essere nascosto da un cappuccio, oppure quella dove, proprio grazie a quel corpo deturpato e diversamente valutato, acquista un ruolo di prestigio, anche se immagina facilmente ciò che di lì a poco accadrà a quelle genti. Ed è una domanda che molti altri si pongono ogni giorno in questo mondo dove ogni incontro tra diversi può generare cose tanto meravigliose quanto orribili.

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Alberto Lupo legge Kipling “SE”

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Arnoldo Foa legge Leopardi

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