Incontro 12 novembre 2018

Libro in lettura per l'incontro del 12 novembre 2018

Da nord a sud si costruisce la ferrovia che accorcerà le distanze tra i cittadini del nuovo Regno d'Italia. Ma gruppi di briganti, aiutati dalla popolazione locale che dà loro asilo, minacciano costantemente i lavori e i funzionari dello Stato. Il sergente del Regio Esercito Anselmo Toschi viene incaricato di combattere i banditi ovunque e con ogni mezzo. Insieme ai suoi soldati setaccia paesi e campagne, vivendo nel costante pericolo di agguati da parte degli stessi uomini a cui dà la caccia. Tra loro il leggendario Olmo Carbonari, autore di sanguinosi omicidi e fughe rocambolesche. La sua cattura diventa per Toschi l'ossessione che lo tormenta e lo rinfranca nelle lunghe notti all'addiaccio. Quando la squadra riceve a sorpresa il congedo, Toschi sente che la sua missione non può finire così. Ruba un cavallo e lascia la caserma di nascosto, per affrontare la sua guerra privata. Dovrà ripercorrere le orme e i nascondigli dei fuorilegge che ha catturato e fucilato, confondersi con loro, inerpicarsi per boschi e rupi, fino al paese nascosto di Elcito. Fino a confrontarsi con il senso stesso della sua vita.

One Response to “Incontro 12 novembre 2018”

  • admin scrive:

    L'uomo di Elcito

    di Maximiliano Cimatti

    (un commento di V.G.)

     

    La lettura de “L'uomo di Elcito” solleva ponderose riflessioni e perplessità su eventi storici – di cui siamo custodi ed eredi spesso inconsapevoli – che diamo per scontati e risolti, ma che risolti non sono affatto ed anzi possono essere reinterpretati alla luce di nuove indagini e di valori più contemporanei.

    Osservarli e ripercorrerli retrospettivamente, con sguardo critico ed interrogativo, apre dunque prospettive e significati diversi da quelli ad essi abitualmente attribuiti. Farlo attraverso un romanzo, tanto più se ben scritto e documentato, ci aiuta a prendere coscienza del fluire inavvertito della storia e di come quella con la esse maiuscola debba molto o forse tutto a quella spesso misconosciuta e passata sotto silenzio di tanti attori minori, semplici comparse di quel teatro meraviglioso e spesso impietoso che è l'agire umano.

    La questione qui sollevata è quella dell'Unità d'Italia, del suo farsi a prezzo di grandi sacrifici e perdite, delle violenze reciprocamente esercitate sia dai suoi fautori sia dai suoi antagonisti.

    A pensarci bene tutto, nella storia, è frutto di questa dynamis contraddittoria tra chi vuole avanzare verso un futuro radioso, concependolo come esito di un processo evolutivo, e chi al contrario demonizza il così detto progresso e preferisce arroccarsi difensivamente nel presente, benché carico di difficoltà ed incertezze, se non addirittura tornare ad un passato enfaticamente mitizzato.

    Ed ecco che mentre la Nazione, sorta dalle battaglie risorgimentali, si preoccupa di cucire assieme porzioni di territorio attraversandoli e legandoli con il ferro dei binari, per impiantare i quali si squarciano montagne e si fanno saltare in aria con l'esplosivo case con uomini e donne dentro (sotto la muta ed indifferente sorveglianza dei soldati del re), quelle stesse popolazioni “beneficiate” dal progresso, preferiscono solidarizzare coi briganti, diventandone allo stesso tempo complici e vittime, non accettando quei nuovi padroni giunti dal Nord che fanno e disfanno a proprio piacimento.

    In particolare le terre interessate da questa narrazione sono le Marche comprese tra la montagna ed il mare e relativamente alle province di Pesaro-Urbino e Macerata, per lo più i borghi collinari ed i boschi dell’Appennino, passati al setaccio dall'esercito per “bonificarli” dalle numerose bande criminali che non lesinavano violenze e barbare uccisioni a quanti si fossero posti contro le loro predazioni.

    Durante questa fase di forzata unificazione si distingue tra tutti un piccolo drappello di uomini tra loro bene assortiti e fedeli al loro superiore, tale sergente Anselmo Taschi di Bagnocavallo, il quale si fa notare per la tenacia e lo zelo con i quali persegue questo ed altri gravosi compiti, quale quello assai funesto di risanare Ancona, colpita dal colera, disinfestando il porto e le abitazioni con sostanze altamente tossiche e portando i corpi degli appestati ai forni crematori.

    Si trattava di giovani uomini di diversa estrazione sociale e provenienza che avevano visto nell'arruolamento un'opportunità di realizzazione e ad essa erano pronti a sacrificare la propria vita, identificandosi, con l'ardimento tipico della gioventù, negli ideali risorgimentali e con quell'idea di progresso e di unità nazionale che vi era implicita.

    A mano a mano che avanzano nella battaglia contro il brigantaggio, arrestando e giustiziando sul campo banditi d'ogni sorta, vedono consumare le proprie forze e le proprie energie, provati nel corpo e nello spirito dalla durezza di quella missione e di quella vita che li abbruttisce fuori e dentro, trasformandoli in esseri ormai indifferenti al male, sia a quello fatto che a quello ricevuto.

    Quando, ormai quasi vinto il brigantaggio in tutto il territorio loro assegnato, vengono congedati e premiati per l'impegno e gli eccellenti risultati, essi sentono anche perdere parte di quell'identità che il ruolo di soldato aveva loro cucito addosso. Sono smarriti ed alcuni tra essi preferiscono arruolarsi di nuovo piuttosto che tornarsene a casa e riprendere esistenze scialbe rispetto a quelle così cariche di adrenalina vissute fino a quel momento.

    La caccia all'ultimo brigante, il più pericoloso, diventa un imperativo categorico, quasi un fatto personale. Il sergente Taschi, uomo di grande tempra, coraggio ed intelligenza, preferisce dare la caccia all'uomo fuori dai ranghi e casualmente, dopo una brutta disavventura che cambierà radicalmente la sua condizione umana, avrà quel contatto tanto desiderato.

    Finirà prima prigioniero e poi ospite, quasi degno di fiducia, dell'uomo di Elcito, l'ultimo brigante.

    I fatti relativi a questo periodo di vicinanza con il mondo dei briganti, sommati alla sua nuova modalità di esistenza, attraverso sofferti dubbi e congetture lo spingeranno gradualmente a rivedere le sue scelte e le sue convinzioni, fino ad un inatteso epilogo finale.

    In modo convincente e con una notevole capacità introspettiva e descrittiva Maximiliano Cimatti ci conduce nel cuore di quelle vicende così tormentate e, tramite il meccanismo della identificazione, ci aiuta a comprendere ora le ragioni degli uni ora quelle degli altri, ponendoci inevitabilmente davanti ad una domanda: Chi sono i buoni? Chi sono i cattivi?

    Come non riflettere allora sulla mancanza di un Assoluto, se le nozioni di bene e di male sono così variabili e transitorie? Se quel nostro essere di qua o di là dalla barricata è spesso solo frutto della casualità e non di una scelta? Se il nostro benessere di oggi poggia sulla violenza ed i sopprusi di ieri? Domande queste quanto mai attuali, oltre che probabilmente eternamente ricorrenti nella storia di ogni popolo e nazione.

    E poi, si è mai fatta davvero quell'unità d'Italia che è costata tante vite?

    Che significa oggi essere Italiani? E chi sono oggi i veri briganti: gli uomini che detengono il potere economico e politico e ne abusano impunemente, o coloro che non hanno avuto scelta e briganti lo sono diventati per necessità di sopravvivenza?

    Se l'autore del romanzo era animato dall'intenzione di farci riflettere sul nostro passato, con tutte le implicazioni morali e civili che ciò comporta, direi che c'è riuscito pienamente.

    Sarà dunque cosa graditissima incontrarlo e potergli chiedere dove finisce la storia reale e dove comincia quella immaginata; se Elcito, paese dal nome fortemente evocativo di sperduti villaggi messicani, sia stato davvero fondato da dei monaci il cui sogno di comunità si frantumò scontrandosi con una realtà dura e distopica; come e dove è avvenuta la sua formazione letteraria e quanto sia dovuta alla lettura o al talento personale; quanto è inscindibile dal suo carattere quel l'indiscutibile predisposizione a cercare di comprendere i fenomeni storici e gli esseri umani che ne sono attraversati.

    Per quanto mi riguarda, premesso che sono una profana in fatto di romanzi storici, non ho alcuna difficoltà ad affermare che si tratta di un'opera molto interessante e di cui forse, almeno dalle nostre parti, tranne che per le vicende ormai note della Banda Grossi, per altro citata nel libro, si sentiva il bisogno.

    L'autore si muove agilmente tra fatti concreti e supposti, descrizioni di ambienti e caratterizzazione di personaggi, ricerca storica ed introspezione psicologica. Lo fa con una prosa accattivante ed evocativa, densa di contenuti eppure stimolante e leggera.

    Le pagine relative agli scenari della posa in opera della prima ferrovia richiamano alla mente le analoghe immagini delle vecchie pellicole sui pionieri americani alla conquista del Far West; lo stesso si può dire del confuso e dissestato equilibrio mentale dei soldati del Regno di Savoia, che tanto somiglia a quello a cui abbiamo assistito in film come Apocalips Now, compreso l'uso di droghe per sedare dolori fisici ed angosce dell'anima: là l'oppio, qui il laudano.

    E dunque bravo Cimatti per quest'opera prima già così matura e convincente, e soprattutto bravo per questo rinnovato pretesto a riflettere ancora una volta, e non è mai abbastanza, sul significato delle conquiste, anche quelle fatte “a fin di bene” per portare civiltà e democrazia o liberare i popoli oppressi.

    Oggi, per fortuna, anche un'epica rovesciata, che dia spazio ad un antieroico dissenso, ha diritto di cittadinanza. Segno che di guerre ne abbiamo davvero avute abbastanza!

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